Il consolidamento delle Acli e l’esplosione degli anni ’60

1955 - 1964

(videoscheda in produzione)

A seguito delle dimissioni del presidente Storchi, il 4 aprile 1954 viene eletto alla guida delle Acli, Dino Penazzato.

Vicentino, classe 1913, Penazzato ha due coordinate di riferimento: l’unità partitica dei cattolici e l’anticomunismo. Al momento dell’elezione è già deputato per la Democrazia cristiana.

La sua linea di attenzione alla Dc favorisce l’esplicitazione del “collateralismo”.
Non si tratta di una scelta di opportunismo ma della volontà di valorizzare nel partito “una progrediente dinamica sociale”, come testimonia il sostegno allo “Schema Vanoni”, discusso al congresso di Napoli, che individua le linee di politica economica per risolvere i problemi più urgenti del dopoguerra.

Le Acli delle “tre fedeltà”

Il primo decennio della vita delle Acli viene celebrato con l’immenso raduno in Piazza del Popolo a Roma del 1° maggio 1955, solennizzato dalla grande udienza e dal forte discorso di Pio XII che per l’occasione istituisce la festa liturgica di San Giuseppe Artigiano, anche se gli aclisti si aspettavano il titolo di “Gesù Divino Lavoratore”.

Ben 37 vescovi accompagnano il corteo delle Acli in Piazza S. Pietro e, tra loro, l’arcivescovo di Milano, monsignor Montini. Gli aclisti offrono come dono al Papa i frutti della terra e del lavoro dell’uomo, compresi gli strumenti industriali: dall’aratro alla lampada dei minatori, dalla barca al trattore.

Si tratta di una vera e propria “presa di possesso” di quella ricorrenza tradizionalmente socialista da parte del movimento cristiano dei lavoratori.

In quell’occasione Penazzato pronuncia il famoso “discorso delle tre fedeltà”.

L’elaborazione aclista continua nel V congresso del 1955 che si tiene a Bologna dal 4 al 6 novembre con un titolo significativo e ambizioso: Un grande movimento operaio cristiano, guida della classe lavoratriceForza sostitutiva del mito marxista.

Le Acli iniziano così a esprimere quella vocazione egemonica sull’intero movimento operaio che giungerà a maturazione negli anni Sessanta. La vasta eco che suscita nella stampa, con le prime polemiche e preoccupazioni di quella moderata – in particolare quelle di Luigi Sturzo, di Confindustria e del liberale Panfilo Gentile, notista politico del Corriere della sera – sono un segno della direzione intrapresa.

Intanto, dopo la grande celebrazione del primo decennale, nel 1956 si tiene a Milano la festa del 1° maggio internazionale dei lavoratori.

In quell’occasione Pio XII rivolge agli aclisti riuniti un radiomessaggio, in cui ricorda la “imponente accolta romana dello scorso anno” e li invita a mantenere “intatto e saldo questo fondamento religioso cristiano delle vostre Acli, nella certezza che nessuno sviluppo storico del movimento operaio potrà distruggere la loro ragione d’essere, né la loro unità, né il loro diritto di espansione”.

Poi da Milano, parte in elicottero una statua di Cristo Lavoratore, immagine che ispirerà anche una breve sequenza del film La dolce vita di Fellini.

La statua arriva sul sagrato della basilica di San Pietro, accolta proprio da Pio XII, alla finestra del suo appartamento. Il giorno successivo una delegazione intercontinentale, guidata da Dino Penazzato, si reca in udienza dal Papa per la benedizione della statua che viene salutata dal Pontefice ancora come immagine di San Giuseppe. A seguito di una coraggiosa precisazione dell’assistente ecclesiastico, monsignor Civardi, Pio XII finalmente riconosce: “Si, ecco, Divino Lavoratore può essere accettato”.

Intanto, sempre nel 1956, di fronte alla grave crisi del comunismo e all’emergere di fermenti autonomistici nel Partito socialista italiano, le Acli rafforzano la proposta di un “proprio”, diverso, anticomunismo.

In questo senso va letto il pronunciamento, dopo le elezioni amministrative del 1956, a favore dell’“allargamento della base democratica”, primo dichiarato segnale di attenzione all’elettorato di sinistra.

Con i migranti: la tragedia “aclista” di Marcinelle

L’Italia, sin dal dopoguerra, vive due emergenze drammatiche: carenza di fonti energetiche e disoccupazione di massa.

Nel 1946 il governo italiano aveva firmato un accordo energetico bilaterale con il Belgio, ricordato come “Accordo minatori-carbone” o “uomo-carbone”.

Il Belgio assicurava all’Italia grandi quantità di materia prima, indispensabile per rimettere in moto la produzione industriale, in cambio di 50 mila minatori.

Così, migliaia di disoccupati del nostro paese partirono alla volta di numerose città belghe per scendere a lavorare nelle miniere.

E le Acli erano con loro, attive e presenti tra i lavoratori con la propria organizzazione e i propri servizi, così come in tutti gli atri Paesi di emigrazione, in Europa come in Sud America.

La tragedia di Marcinelle dell’8 agosto del 1956 in cui muoiono centinaia di minatori italiani mostra al mondo questa realtà: le Acli si attivano subito concretamente nella solidarietà e rafforzano il loro impegno per i diritti e la dignità dei lavoratori. I fatti di Marcinelle sono ancora oggi è vivissimi nella memoria associativa.

Sulla scorta dell’esperienza con i migranti, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, forte è anche l’impegno dell’associazione nel guidare tanti italiani attraverso il delicato passaggio storico dalla società rurale a quella industriale.

Il Congresso di Firenze e il “Requiem” per la morte di Di Vittorio

Negli anni successivi prosegue la riflessione sulla necessità di un “inserimento” dei lavoratori “nella corresponsabilità e nello sviluppo dello Stato democratico“.

Per favorire tale corresponsabilità – parola sostituita da “partecipazione” per intervento diretto di Pio XII – si cerca “il massimo di unità tra i lavoratori”.

In tal modo si pronuncia il congresso nazionale di Firenze che si tiene dal primo al 4 novembre del 1957. Si chiude la polemica con la Cisl, in particolare sulla sua tendenza a divenire “movimento operaio completo”, e viene promossa una linea di più incisivo e visibile impegno aclista nel partito cristiano.

Il congresso di Firenze è ricordato anche per un episodio particolare e significativo in quel momento storico e politico.

È il pomeriggio del 3 novembre 1957, domenica, al teatro Centrale di Firenze. All’improvviso la platea nota una strana agitazione. Giuseppe Rapelli parla concitatamente con Penazzato. Penazzato si alza, va alla tribuna: «Oggi, a Lecco, è venuto improvvisamente a mancare il segretario generale della Cgil, Giuseppe Di Vittorio. La notizia della morte di Di Vittorio colpisce profondamente il nostro animo e particolarmente quello di molti di noi che lo hanno conosciuto in questa sala al Congresso della Cgil del 1947. Eleviamo un pensiero fraterno e cristiano alla memoria di questo combattente sincero e generoso».

A questo punto si alza monsignor Santo Quadri, l’assistente ecclesiastico, e intona un Requiem e tutto il Congresso risponde e lo segue.

L’episodio del Requiem per Di Vittorio è entrato nella tradizione orale delle Acli: quel pensiero “fraterno e cristiano” e la preghiera per un avversario politico, per di più comunista, sono un anticipo di distensione in clima di guerra fredda e di perdurante scomunica.

L’inno delle Acli

Le Acli vogliono i lavoratori cristiani sempre più protagonisti della vita pubblica e politica e intendono farsene animatrici.

Con questo spirito, nel 1958, viene scritto e pubblicato l’“Inno dei lavoratori cristiani” comunemente considerato come “Inno delle Acli”.
L’autore della musica è Andrea Pirazzini, mentre le parole sono di Ugo Cavalieri.

Verso il ciel alto e possente / s’alza il canto del lavor; / a raccolta chiama e accende / la speranza in ogni cuor. / Una lotta lunga e dura / segnò il nostro progredir / or noi siam sicura forza / che va incontro all’avvenir.

Alzate al ciel con impeto il vessil / per salutare questo nuovo dì: / sicura guida / al fulgido ideal / di pace e di lavor / è Cristo Redentor! (2v)

L’ora attesa del riscatto / premiò il nostro confidar / non più servi all’officina, / non più tristi al focolar / Dalla fede che rinasce / di giustizia nel fulgor, / dall’oprar concorde e puro, sorge il mondo del lavor

Alzate al ciel con impeto il vessil / per salutare questo nuovo dì / sicura via al fulgido ideal / di pace e di lavor / è Cristo redentor!

La “seconda crisi”

Nel 1958, intorno alla questione dell’incompatibilità, scoppia la “seconda crisi” delle Acli.

Il tentativo da parte di sindacalisti della Cisl e di esponenti aclisti di dar vita alla corrente di “Rinnovamento”, di cui Penazzato appare come promotore, scatena la durissima reazione della stampa di destra, cattolica e laica. “Rinnovamento democratico” intendeva portare nella Dc la presenza dei lavoratori, smarcandosi dalle due altre correnti già organiche nel partito: la cosiddetta “sinistra concreta” e la “sinistra di base”.

Tra le critiche si ricorda in particolare la polemica con Gianni Baget Bozzo e l’Azione cattolica di Luigi Gedda. Preoccupa la “politicizzazione” delle Acli e viene avanzata l’accusa di aver creato “un partito classista” dentro la Democrazia cristiana.

Il 30 novembre 1959, il cardinale Siri, nella sua veste di presidente della Cei, manda una lettera all’assistente ecclesiastico centrale delle Acli, monsignor Quadri, a proposito di alcune “alcune richieste e norme” della gerarchia.

La lettera stabilisce precisi limiti al ruolo delle Acli e si può sintetizzare in quattro punti.

  1. l’incompatibilità tra la direzione delle Acli e il mandato parlamentare;
  2. un regolamento sulla funzione dell’assistente ecclesiastico, una attenzione particolare alla sua formazione e la garanzia che un movimento che fa capo alla Chiesa non potrà mai per statuto allontanarsi dalla sua dottrina;
  3. la raccomandazione di «vigilare ed eventualmente correggere» le espressioni del movimento che possano correre il pericolo di «accostarsi al linguaggio di ambienti ispirati a dottrine classiste e a ideologie eterodosse»;
  4.  la riaffermazione che le Acli «non sono né un partito politico, né una corrente di partito, né possono confondersi con una corrente di partito, né prestare la propria struttura ad una corrente».

La lettera giunge non casualmente in vista del congresso nazionale di Milano che si svolge dal 6 all’8 dicembre 1959. Da notare che il limite dell’incompatibilità non viene indicato per altre organizzazione cattoliche, come i coltivatori diretti del Cif e i maestri dell’Aimc, i cui presidenti sono deputati.

Il congresso si divide sulla risposta da dare e accoglie, infine, l’incompatibilità, ma ammette una possibilità di “deroga” che permetta a Penazzato di mantenere l’incarico il tempo necessario a un passaggio di consegne “non traumatico”.

Le dimissioni di Penazzato e la presidenza “di transizione” di Ugo Piazzi

Nella prima riunione del Consiglio nazionale, il 3 gennaio 1960, Penazzato pone la propria candidatura a presidente chiedendo per sé l’applicazione della discussa deroga congressuale.

Ma gli si contrappone proprio Livio Labor che, a Milano, aveva sostenuto  la scelta dell’incompatibilità senza deroghe. Vince Penazzato con 36 voti contro i 24 di Labor che rifiuta di rientrare in presidenza. La gerarchia della Chiesa disapprova l’operato di Penazzato che si vede costretto, di lì a poco, a dare le dimissioni.

Nel Consiglio nazionale del 10 aprile 1960 si vota di nuovo. Un Consiglio drammaticamente spaccato tra con due nuovi candidati: i “compatibilisti” sostenitori di Ugo Piazzi e gli “incompatibilisti” sostenitori di Vittorio Pozzar. Il primo ottiene una strettissima maggioranza: alla conta prevale Piazzi con 32 voti su Pozzar, 31 voti. Per sanare la frattura, viene proposto al Consiglio nazionale di eleggere Livio Labor come vicepresidente proprio al posto del neo presidente. Ma la maggioranza, rappresentata in quell’occasione dall’intervento di Giovanni Bersani, rivendica per sé la scelta.

Ugo Piazzi, romano classe 1912, vicepresidente da tre mesi e già responsabile del settore sindacale dell’ufficio studi, diventa così il quarto presidente della storia delle Acli.

È l’inizio di una presidenza considerata di “transizione”, anche per la sua brevissima durata: appena un anno e mezzo. Piazzi dà però all’associazione in quel breve periodo una forte impronta sociale, con particolare attenzione ai problemi delle periferie, all’orario di lavoro e alla famiglia, agli enti locali, ai bilanci e ai consumi familiari, alle cooperative di consumo: «un bagno nella realtà», secondo le parole dello stesso Piazzi.

E dà vita a iniziative di rilievo, come la celebrazione del settantesimo anniversario della Rerum Novarum, con l’udienza di Giovanni XXIII che in quell’occasione annuncia l’uscita dell’enciclica Mater et Magistra.

La sua presidenza non riesce tuttavia ad esprimere posizioni politiche incisive, in un momento delicato e di tensione sociale nel Paese. Emblematico l’atteggiamento neutrale tenuto nei confronti del governo del Dc Tambroni, appoggiato dai voti determinanti del Msi.

La novità della rivista Moc

Nel frattempo, conseguenza diretta della frattura del Congresso di Milano e nonostante la sconfitta al successivo Consiglio nazionale, nasce la corrente “Moc” (Movimento operaio cristiano), che fa capo a Livio Labor.

Il Moc non solo svolge una critica puntigliosa su atti e comportamenti del gruppo dirigente, ma sviluppa un lavoro di proposta culturale e di indicazioni di rilancio del movimento.

Con la corrente, nasce anche il periodico Idee, problemi, dibattiti nel movimento operaio cristiano, più comunemente conosciuta appunto come Moc.. L’iniziativa è del tutto inedita nell’esperienza delle Acli.

Infatti, per la prima volta dalla loro fondazione, esce un periodico al di fuori degli organi ufficiali dell’associazione.

 

Labor presidente: il “nuovo corso” delle Acli “vulcaniche”

Livio Labor, attraverso la rivista Moc, elabora e approfondisce così una visione “forte” delle Acli come «gruppo di influenza ideologica e culturale e di coerente e autonoma pressione sociale», capace di lavorare in proprio, «privilegiando l’azione sociale diretta a titolo di movimento».

È la linea che si afferma al congresso di Bari che si tiene dall’8 al 10 dicembre 1961, in seguito al quale Labor viene eletto presidente delle Acli.

La vittoria anche stavolta non è schiacciante: 33 consiglieri nazionali eletti contro 28 della parte antagonista, quella di Ugo Piazzi, presidente uscente. Nonostante tentativi di costruire in modo unitario la nuova direzione nazionale, alla fine questa viene eletta con i soli voti della maggioranza.

Livio Labor è nato nel 1918 da genitori triestini a Leopoli, in Polonia. È figlio di Marcello Labor, dal 2015 riconosciuto dalla Cheisa come Venerabile, e riceve in famiglia e nella compagnia di San Paolo una formazione cristiana particolarmente viva. Studia a Pola e, laureatosi in filosofia all’Università Cat­tolica di Milano, arriva a Roma e si occupa di problemi sindacali all’Icas, l’Istituto cattolico di attività sociali. Torna poi a Milano, dove inizia il suo impegno nelle Acli.

Con Labor parte così un “nuovo corso. Strumento essenziale diventa la formazione, che fin dai primi anni Sessanta riceve un enorme impulso sia a livello nazionale che locale. Già dal 1958 è aperta una “scuola centrale” per la creazione della “nuova classe dirigente” delle Acli, mentre gli incontri estivi di studio diventano ora preziosi momenti di elaborazione “sulle trasformazioni della società italiana”. Scrive Labor nel 1963: «… Il nostro fine essenziale non è una generica elevazione di classe o di gruppo, ma la formazione di un tipo di militante e di dirigente capace di essere testimone e guida; di salvarsi salvando e di servire guidando altri lavoratori…».

Sul fronte esterno, per affermare la propria presenza nel mondo del lavoro e nella società, le Acli fanno ricorso a tutti i mezzi a disposizione, che vengono utilizzati anche con criteri avanzati per i tempi. Grande importanza hanno infatti i mezzi di comunicazione di massa, come giornali, opuscoli, manifesti l’organizzazione di raduni e manifestazioni pubbliche.

Con questa sensibilità e prospettiva nel 1963, si registra la nascita dell’Unione sportiva Acli, che poi si costituirà ufficialmente solo nel 1986. Le Acli infatti avevano già al loro attivo numerose iniziative, quali: “la leva di corsa campestre”, “la leva nazionale di sci”, il “campionato di bocce”.

Sin dalle origini, la storia dell’Us Acli è caratterizzata dal termine “sociale” per esprimere le finalità con cui lo sport veniva assunto e promosso nell’associazione.

I “fantastici” anni ’60 e il respiro internazionale delle Acli

Questa esplosione culturale e di comunicazione coincide con il grande fermento degli anni ’60, che genera diffuse attese sociali, grazie anche a un insieme di singolari protagonisti che sanno testimoniare la speranza: tra questi, Giorgio La Pira e papa Giovanni XXIII, “il Papa di transizione” che le Acli avevano incontrato nel 1959 alla vigilia di questa fase.

Per le Acli, come per tutti i movimenti ecclesiali, le scelte che matureranno in questi che sono anche gli anni del Concilio Vaticano II, grande intuizione di papa Roncalli portata a termine da Paolo VI nel 1965, rappresentano un importante avvenimento di rigenerazione.

Sono allo stesso tempo anche gli anni in cui si realizza definitivamente quello che Piero Pratesi definirà, qualche tempo dopo, lo “scandalo delle Acli”: non sono Azione cattolica ma hanno un’influenza ecclesiale; non sono sindacato ma condizionano il sindacato; non sono partito ma “fanno politica”, in un rapporto sempre più dialettico con la Dc.

Proprio di quegli anni, nonostante il tentativo di Labor di sviluppare una strategia comune, è la forte rigidità verso le Acli della Dc dell’antico aclista vicentino, Mariano Rumor. Rumor, se da un lato mai suggerisce apertamente un intervento ecclesiastico radicale, dall’altro soffia sugli elementi che alimentano la critica.

Si ricorda un episodio che fa comprendere il clima di quel periodo e anche la forte personalità di Labor. Durante l’udienza concessa, come da tradizione, da papa Giovanni XXIII alla nuova presidenza delle Acli, nel gennaio del 1962, il presidente delle Acli fa una domanda impertinente al Pontefice: “Che ne pensa, Santità, del recente congresso della Dc dove si è votato per il centro sinistra?”.

Proprio Giovanni XXIII, nel 1963, pubblica la Pacem in Terris, la sua enciclica-testamento. Rappresenta per le Acli il manifesto della storia conciliare e un “punto di non ritorno” per la scelta della pace in un mondo che cambia. Tra l’altro il Papa firma l’enciclica con la penna donataGli dagli aclisti due anni prima, in occasione della pubblicazione della Mater et magistra, segno anche di un ruolo molto forte delle Acli nella maturazione del testo. In sintonia con il messaggio giovanneo, il movimento aclista, a livello nazionale e locale, realizza innumerevoli iniziative per promuovere la cultura della pace.

L’affetto di Giovanni XXIII è testimoniato anche nelle sue ultime parole. La sera del 3 giugno 1963, dopo una lunga agonia, prima di tornare alla casa del Padre, pronuncia parole significative: «Benedico la Chiesa, il sacro collegio, tutti i fedeli e specialmente i bambini, gli ammalati, le Acli e le associazioni cristiane dei lavoratori di tutto il mondo».

Il riformismo e la “pianificazione democratica”

Intanto, prima della morte di Dino Penazzato, a soli 49 anni, sembra ricomporsi la frattura interna al movimento e sopratutto quella personale tra i due vecchi avversari. Il presidente Labor integra nella dirigenza esponenti della minoranza e favorisce così il consolidamento del nuovo corso.

Eredi della tradizione cattolico-sociale, le Acli di Livio Labor prefigurano uno scenario di grande riformismo sociale – a cui dovrebbero collaborare anche la Dc e Cisl – che pone al primo posto la “pianificazione democratica”, insieme all’ordinamento regionale e allo sviluppo della scuola.

Questa linea si afferma con grande successo al congresso che si tiene dal 19 al 22 dicembre 1963 a Roma, sul tema “Il movimento operaio cristiano nella nuova realtà sociale italiana”. A quel congresso interviene anche Aldo Moro, da poco presidente del primo governo di centrosinistra.

L’udienza ai congressisti di Paolo VI, da poco succeduto a Giovanni XXIII, e le parole di stima e di affetto che rivolge loro, costituiscono una indubbia attestazione di credito per il mondo cattolico diffidente. Papa Montini propone una riflessione su un  tema parallelo a quello del Congresso, «Il movimento operaio cristiano nella realtà della vita cattolica italiana». Facendo memoria dei motivi e delle condizioni della nascita delle Acli, papa Montini sottolinea il “loro posto originale, non solo nella vita della società italiana, ma anche in quella organizzativa cattolica”. Rispondendo a chi si chiede cosa siano le Acli Paolo VI sintetizza così le sue tre funzioni: “la testimonianza religiosa nel campo sociale”, “la formazione della coscienza e della cultura cristiana, appropriata alle classi lavoratrici”; e infine “la promozione dei legittimi interessi delle categorie lavoratrici”.

La coscienza internazionale e il Fondo di solidarietà

Anche sotto la spinta della Pacem in terris, si amplia in questa fase la coscienza internazionale delle Acli che si manifesta in molteplici occasioni: dalle prese di posizione sui temi della fame e degli armamenti, a quelle successive sulla guerra del Vietnam e alla primavera di Praga.

In occasione del ventennale delle Acli, il Consiglio nazionale del 27 novembre 1964 dichiara permanente il Fondo di solidarietà internazionale delle Acli – istituito in occasione del 1° maggio 1964 e già presente in diversi circoli – per “rendere più forti i movimenti operai cristiani di tutto il mondo; per più efficacemente combattere nel nome cristiano; per far avanzare la causa comune dei lavoratori nella pace, nella libertà”.

L’iniziativa ha inoltre come fine – sono parole di Livio Labor – di «contribuire ad allargare il dibattito sui problemi del sottosviluppo, della giustizia e della pace. Ne verrà allo stesso tempo uno stimolo ed un conforto all’azione che il nostro Paese conduce, e ancor più decisamente deve condurre, nell’ambito delle Nazioni Unite e nelle altre sedi internazionali».

È con questo ampliamento di sguardo e di attenzione che le Acli, insieme al resto del Paese, entrano nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70: la fase più nota e più conflittuale della loro storia associativa.

1955: il decennale delle Acli

1958: Inno dei lavoratori cristiani (Inno delle Acli)

1959: messa in San Pietro per l'Udienza delle Acli con Giovanni XXIII

1961: l'intervento di Livio Labor allo VIII Congresso nazionale delle Acli

1962: Il Concilio Vaticano II (intervista a monsignor Capovilla - 2012)

1963: Intervista a Livio Labor in occasione del IX Congresso nazionale Acli

1964: VII Congresso nazionale delle lavoratrici delle Acli

"Uomini per liberi per tempi nuovi". Documentario per i 20 anni delle Acli (I parte)

1964: "Uomini liberi per tempi nuovi". Documentario per i 20 anni delle Acli (II parte)

1964: "Uomini liberi per tempi nuovi". Documentario per i 20 anni delle Acli (III parte)

02
Giu
1955-1964