Libertà di voto e “ipotesi socialista”: i frutti e il prezzo dell’autonomia delle Acli

1965 - 1974

(videoscheda in produzione)

La proiezione internazionale delle Acli viene chiaramente ribadita nel febbraio del 1965 con un lungo viaggio negli Stati Uniti (e Canada) del presidente Labor, accompagnato dal responsabile Relazioni con l’estero (e futuro presidente) Emilio Gabaglio. Come racconta il settimanale Azione sociale, in 28 giorni i dirigenti aclisti toccano diverse città della costa est e del cuore industriale americano: spicca in particolare l’incontro di Labor con il vicepresidente statunitense Humphrey e la partecipazione, “unico rappresentante cattolico italiano”, a un Convegno di studio delle Nazioni Unite (17-18 febbraio 1965) sulla enciclica Pacem in terris.

Il viaggio è l’occasione per Labor per mettere in luce come negli Usa non esistono movimenti come le Acli. E anche, evidentemente, per consolidare una posizione pacifista forte rispetto al conflitto in Vietnam, basata proprio sulla Pacem in terris. È della fine del 1965 il sostegno delle Acli all’iniziativa di pace di La Pira ad Hanoi, in qualche modo incoraggiata anche da un appello dello stesso pontefice, Paolo VI – reduce dallo storico viaggio alle Nazioni Unite del 4 ottobre 1965 – ma osteggiata dalla stampa e da gran parte dell’opinione pubblica cattolica in Italia.

Il “ruolo vulcanico” delle Acli

Mentre si assiste all’involuzione del centro-sinistra, nei convegni estivi di studio delle Acli, a Vallombrosa, si analizzano senza pregiudizi le trasformazioni del comunismo italiano, il cosiddetto “dialogo sul pianerottolo”. Allo stesso tempo si inizia a sostenere apertamente l’unità sindacale e si rilancia la pianificazione democratica. Su questi temi sorgono le prime significative divergenze sia con la Cisl che con la Dc che emergeranno al congresso di Roma (3-6 novembre 1966).

È il congresso della partecipazione dei lavoratori alla società democratica, impedita dai “canali intasati”, da riattivare attraverso pianificazione e riforme. È anche il congresso del “ruolo vulcanico” delle Acli che, nutrite di “cristiana libertà”, “coraggio”, “coerente capacità anticipatrice” sentono di poter dialogare con tutti i lavoratori.

Con il congresso di Roma le Acli hanno anche la  prima donna  vicepresidente: si tratta di Maria Fortunato. Con il nuovo sistema elettorale le donne entrano nel consiglio nazionale con voti proporzionalmente pari a quelli degli uomini. Livio Labor viene eletto primo nella lista maschile con 484.300 voti; Maria Fortunato viene eletta prima in quella femminile con 462.000 voti. È l’esito fisiologico del percorso del movimento femminile delle Acli con la presidenza Labor: una profonda revisione che lo porta ad affermare il principio dell’integrazione e, cioè, l’esigenza di una più larga ed impegnata presenza delle lavoratrici nel movimento.

Le Acli “vulcaniche” riflettono la natura del loro presidente. Livio Labor conduce l’associazione su elaborazioni culturali senza inibizioni e mai piegate al conformismo, non teme di mostrare il suo aspetto creativo ed irrequieto anche nella conduzione dell’associazione, non nasconde le sue passioni, che si tratti della politica (nel 1962 chiede a Papa Giovanni XXIII: “Che ne pensa Santità del congresso della Dc che ha votato per il centrosinistra?”) o che si tratti del calcio (dopo la sconfitta dell’Italia con la Corea del Nord ai mondiali del 1966, spedisce all’allenatore della nazionale Edmondo Fabbri, noto difensivista, un telegramma di cui si parlerà per anni: “At nome milioni lavoratori cristiani pregoti liberare squadra in attacco”).

La libertà di voto e la revisione dei rapporti col Sud del mondo

Le scelte e le proposte del congresso di Roma si approfondiscono negli anni che seguono, sollecitate dalle riflessioni sul Concilio Vaticano II, da una parte, e dalle lotte operaie e dai movimenti giovanili, dall’altra.

Nonostante un ultimo tentativo di non pregiudicare l’unità politica – compiuto nella primavera del 1967 al convegno della Dc sui “tempi nuovi della cristianità” – si inizia a parlare di “libertà di voto per i cattolici” e si continua l’impegno, sempre più contrastato dai vertici sindacali, sulla linea dell’autonomia e dell’unità sindacale. Ha probabilmente una sua influenza in questo percorso il giudizio etico maturato da Livio Labor su vizi e virtù della classe dirigente cattolica al potere. Al congresso Dc del 1967, pur avendo un posto riservato perché componente di diritto del Consiglio nazionale del partito, va a sedersi, platealmente, nel settore delle delegazioni estere. E negli anni a venire i suoi giudizi diverranno ancora più duri e taglienti.

Tra le incomprensioni e le polemiche si prospetta – sulla base della lettura della Populorum Progressio – una “revisione radicale” dei rapporti tra società sviluppate e paesi in via di sviluppo.

Alla promulgazione dell’enciclica di Paolo VI, le Acli fanno seguire il loro convinto sostegno, come nel documento del marzo 1967: «Il Comitato esecutivo delle Acli, nel riconfermare la validità degli orientamenti e delle iniziative assunte dal Movimento per una più larga presa di coscienza da parte dei lavoratori di fronte ai problemi – intimamente collegati – dello sviluppo e della pace, fa proprio l’appello di Paolo VI e chiama i lavoratori aclisti ad accrescere il loro impegno culturale, politico e di solidarietà a sostegno delle attività di aiuto e di cooperazione sul piano formativo e sociale con i movimenti operai e contadini cristiani dei Paesi in via di sviluppo»

Nascono Enars, Iref e Cts

Nel frattempo, per coordinare tutte le attività ricreative organizzate dai vari enti delle Acli viene costituito il 26 giugno 1966 l’Enars (Ente nazionale Acli per la ricreazione sociale). Nel 1968 nasce l’Iref (Istituto ricerche educative e formative) per consentire alle Acli lo studio teorico e ricerca applicata; per organizzare convegni e dibattiti; per diffondere pubblicazioni di indagini e ricerche relative al mondo del lavoro e delle trasformazioni sociali. Nel settore del turismo, le Acli, per rispondere alla domanda degli associati e delle loro famiglie, avevano dato vita già dal 1945 al Cts (Centro turistico sociale) che aveva una triplice articolazione di programmi e attività: le gite sociali, l’ospitalità aclista, l’organizzazione delle ferie dei lavoratori. Il Cts viene costituito ufficialmente il 19 ottobre 1969 e nel giugno 1988 assumerà l’attuale denominazione di Cta (Centro turistico Acli).

Il ’68 e la fine del collateralismo

Arrivano il 1968 e le elezioni politiche. La Consulta degli amministratori aclisti conta 8mila componenti, quasi tutti ovviamente eletti nelle liste della Democrazia Cristiana.

Ma il rapporto a livello centrale con la Dc è sempre più complicato, tanto che Labor deve fare un pressing serrato fuori dalla porta della Direzione del partito alla Camilluccia che decide le liste. Alla fine, vengono eletti nelle liste della Dc ben 36 parlamentari aclisti, tra cui Vittorio Pozzar e Franco Foschi. Ma resta il disagio di quelli che già Pio XII aveva chiamato “cattolici delusi” alla ricerca di un partito.

È in questo clima che le Acli maturano una nuova attenzione alle “forze del cambiamento”, identificate con le “forze sociali della sinistra democratica” con le quali si privilegia dialogo e confronto. Si intravede una domanda politica che chiede “canali nuovi di partecipazione per una più diretta democrazia di base”, di fronte alla quale Labor ipotizza la necessità di una “nuova offerta politica”.

Sono le elaborazioni che conducono allo “storico” – non solo per le Acli –  congresso di Torino del 19-22 giugno 1969, quello della fine del collateralismo nei confronti della Dc e dell’acquisizione del principio del voto libero degli aclisti, proclamato per la prima volta in Italia da una associazione cattolica: “Solo una società effettivamente articolata e pluralistica può garantire l’esercizio concreto di una vera libertà dei lavoratori”. Il congresso sottolinea il “ruolo autonomo delle Acli” anche “nei confronti di eventuali ipotesi alternative operanti sul terreno politico-partitico”. È una presa di distanza anche dall’Associazione di cultura politica (Acpol) – fondata da Labor insieme ad aclisti, sindacalisti, esponenti della sinistra socialista e democristiana – che darà vita all’esperienza del Movimento politico dei lavoratori (Mpl). Per dedicarsi al suo progetto politico, Labor lascia dunque la presidenza delle Acli.

A Torino le tesi di Labor hanno comunque uno straordinario consenso, con una maggioranza dell’87%. Dalla sua squadra proviene anche il nuovo presidente Emilio Gabaglio.
Gabaglio, 32enne comasco, è ancora oggi il più giovane presidente che le Acli abbiano avuto. Precocemente impegnato nella vita politica locale con la Dc, conosce le Acli mentre studia per laurearsi in economia. A 24 anni, nel 1961, viene eletto nel Consiglio nazionale nel gruppo di Labor. Arriva poi a Roma, in sede nazionale, nell’ufficio studi; ma la sua vocazione forte – trasferita poi al movimento – è per i temi internazionali.

Le preoccupazioni e i timori in ambito democristiano e cattolico sono destinati a moltiplicarsi ben presto. Con le lotte dello “autunno caldo” e l’unità con le forze del movimento operaio, acuisce all’interno delle Acli la sensibilità anticapitalistica e classista, mentre si intensifica l’attenzione per il marxismo come metodo di interpretazione della realtà sociale.

Le perplessità della Chiesa e il tentativo di dialogo

Il 6 marzo 1970, esprimendo «perplessità e turbamento per l’uso di linguaggi incompatibili con la visione cristiana», il presidente della Cei, il cardinale Antonio Poma consegna a Emilio Gabaglio una lettera personale, con una richiesta di chiarimenti su quattro punti: 1) Se le Acli “volevano ancora essere considerate movimento sociale dei lavoratori cristiani” come indicato nell’art.1 dello statuto; 2) se consideravano ancora obbligante la formazione integrale del lavoratore di cui all’art.2; 3) se intendevano “ancora avvalersi della presenza del sacerdote assistente”; 4) se assicuravano di tenere in debito conto i valori fondamentali dell’insegnamento sociale del cristianesimo.

Per rispondere alla lettera del cardinal Poma, le Acli, dopo aver consultato i presidenti provinciali, elaborano una “memoria” pubblica, assai articolata che riassume il punto di vista del movimento. «Per le Acli, il Concilio e le più recenti encicliche sociali indicano i principi informatori di una visione cristiana del mondo moderno (…). Sicché essere cristiani ed essere lavoratori comporta oggi assumere nella sua interezza la condizione operaia e l’iniziativa volta al suo riscatto e fare quindi una scelta di classe, incarnandovi la propria testimonianza cristiana, come singoli e come gruppo». In questo senso «scelta di classe significa collocarsi dalla parte dei lavoratori, degli oppressi, degli sfruttati, degli esclusi della moderna società industriale, nelle singole comunità, nell’ambito del nostro paese e su scala mondiale». (da “Memoria”, Comitato esecutivo nazionale, 1970, in risposta alla lettera della Cei).

La lettera del cardinale e la memoria saranno i testi di riferimento del “dialogo” sulle Acli che, per un anno intero, dal maggio 1970 al maggio 1971, impegnerà due delegazioni con un metodo di confronto diretto su basi paritarie mai attuato prima nel rapporto Chiesa e Acli.

Vallombrosa ’70 e la cosiddetta “ipotesi socialista”

Nel corso di questo dialogo, interviene la dirompente relazione del presidente Gabaglio durante l’Incontro di studi di Vallombrosa, nell’agosto del 1970, sul tema “Movimento operaio, capitalismo, democrazia”.

Aprendo i lavori del convegno, Gabaglio ricorda che l’analisi dei temi in discussione «segue in parte strade note, ma l’intenzione è quella di spingersi più avanti e di verificare più puntualmente la nostra elaborazione alla luce degli interrogativi che la realtà sociale e politica pone in continuo e con crescente urgenza al nostro impegno».

Rifiutata sia l’ideologia marxista come concezione filosofica, sia il sistema capitalistico, la convinzione è che «una scelta socialista, ma autentica, non è incompatibile con la coscienza cristiana».

La censura della Cei e la “deplorazione” di Paolo VI

Tensioni e polemiche sono immediate, dentro e fuori il movimento. Monsignor Cesare Pagani, dal 1964 subentrato a monsignor Santo Quadri come assistente, prende decisamente le distanze; il consiglio permanente della Cei emana un duro comunicato nel maggio 1971, nel quale annuncia il ritiro degli assistenti dalle Acli. Ancora più severo, probabilmente per l’affetto, la fiducia e la consuetudine che lo lega al movimento, è il richiamo di Paolo VI (19 giugno 1971) che, intervenendo durante l’Assemblea della Cei, parla del “recente dramma delle Acli” e deplora il nuovo orientamento che, «con le sue discutibili e pericolose implicazioni dottrinali e sociali» le ha condotte fuori «dall’ambito delle associazioni per le quali la Gerarchia accorda il suo consenso».

Gabaglio, negli anni successivi, manifesta più volte la convinzione che la vera questione non è di principio ma politica e tutta italiana. Riporta tra le altre una conversazione del 1971 con l’allora sostituto della Segreteria di Stato, cardinal Benelli. Gabaglio è convinto della vicinanza tra la sua relazione e la Lettera apostolica in occasione dell’80° anniversario della Rerum Novarum ma Benelli lo gela: “caro Dottore, l’Italia non è il Senegal”.

Il disorientamento per la deplorazione papale in ogni caso è grande e le conseguenze, anche materiali, pesanti: tra le altre, la sospensione del contributo economico della Santa sede al movimento e l’abbandono obbligato della sede centrale che fino ad allora lo ha ospitato.

Quando le Acli nascono la loro prima sede è a Roma, in via Nazionale, presso gli uffici dell’Icas: una stanza, un telefono a mezzadria, una macchina da scrivere in prestito e, nel parco macchine, una bicicletta. Più tardi le Acli si trasferiscono in altra sede in via dell’Ara Coeli. Ma per circa trent’anni (dal 1946 al 1974) la vita delle Acli si svolge nella sede di via Monte della Farina, offerta da Pio XII, situata in un vecchio convento adiacente alla chiesa di Sant’Andrea della Valle.

Per quei locali, di 14 uffici, le Acli pagano un affitto simbolico alla Santa Sede. Con il “ritiro del consenso” anche la sede viene appunto “ritirata” e, nel 1974 le Acli, grazie anche ad alcune disponibilità economiche acquistano la “loro” sede nazionale in via Marcora.

Le scissioni e i nuovi equilibri all’interno delle Acli

Gli effetti degli avvenimenti successivi a Vallombrosa ‘70 sono dirompenti anche dal punto di vista della vita associativa: si verificano due scissioni e la costituzione di un nuovo movimento.

Infatti, il processo avviato nel marzo 1971 con la costituzione delle “libere Acli” (poi Mocli), rappresenta, fino a quel momento, soltanto un’avanguardia rispetto al grosso della rottura che si consuma l’8 dicembre 1971 con la costituzione della Federacli.

L’iniziativa parte da Bologna, quando il consiglio provinciale a maggioranza dichiara «la totale indipendenza e autonomia nei confronti degli organi nazionali dell’associazione per le gravi scelte ed i ripetuti errori del direttivo nazionale». Si aggiungono a Bologna altre cinque province: Firenze, Vicenza, Terni e Grosseto e Roma, che scelgono la via della “federazione”. In seguito si fondono nel Mcl (Movimento cristiano lavoratori), costituito l’8 dicembre 1972, il cui primo presidente è Giovanni Bersani. Molto incide, in questa frattura, l’atteggiamento nelle diocesi dei vescovi che, nella maggioranza dei casi, per via dei buoni rapporti con le sedi provinciali, arginano le fughe o addirittura le contrastano.

Nel 1971, in seguito al ritiro degli assistenti, padre Crippa lascia le Acli portando con sé una parte del settore colf fondando una nuova organizzazione: Api-colf.

Si determina così una difficile transizione all’interno delle Acli: il dibattito porta alla costituzione di tre correnti capeggiate da Emilio Gabaglio, Vittorio Pozzar e Geo Brenna, con diversi orientamenti culturali e politici, che si confronteranno nel XII Congresso nazionale.

Il congresso di Cagliari: la preparazione della presidenza Carboni

Il successivo congresso nazionale di Cagliari dell’aprile 1972 – sul tema: “Le Acli, movimento operaio di ispirazione cristiana per una alternativa al capitalismo in nome dell’uomo” – conferma Gabaglio, ma con un’affermazione inferiore a quella prevista.

Si decide all’unanimità la modifica degli articoli 1 e 2 dello Statuto che vengono riformulati più coerentemente con il reale volto del movimento. Leggiamo il nuovo articolo 1 dagli atti del XII congresso: «Le Acli fondano sul Messaggio Evangelico e sull’insegnamento della Chiesa la loro azione per la promozione della classe lavoratrice e organizzano i lavoratori cristiani che intendono contribuire alla costruzione di una nuova società in cui sia assicurato, secondo giustizia, lo sviluppo integrale dell’uomo». In questo spirito, il Congresso dà mandato al Consiglio nazionale di ricercare nuovi rapporti con i vescovi e con la comunità ecclesiale per assicurare alle Acli anche la sostanziale continuità della presenza dei sacerdoti.

Intanto, le elezioni politiche del maggio 1972, di contro al successo dei partiti tradizionali della sinistra, segnano l’insuccesso del Mpl, che con circa 120.000 voti (lo 0,36%) non riesce a cogliere neppure un seggio parlamentare e finisce per confluire nel Partito Socialista. Il fallimento del progetto di Labor e il permanere di una attiva ostilità delle gerarchie ecclesiastiche genera all’interno delle Acli un confronto politico duro tra la corrente “di sinistra” e la corrente maggioritaria, a cui si è avvicinato anche il gruppo di Pozzar, “la destra”, che rende necessario un mutamento di vertice.
Dopo una sorta di ultimatum di Pozzar, Emilio Gabaglio e la sua presidenza entrano così dimissionari in Consiglio nazionale, il 4 novembre 1972.

Dall’accordo tra le due correnti maggioritarie nasce nel novembre 1972 la presidenza di Marino Carboni. Carboni – già segretario all’organizzazione dal 1961 al 1969, eletto vicepresidente al Congresso di Torino e ancora nel gruppo dirigente eletto dal congresso di Cagliari – viene considerato meno esposto esternamente e meno vicino a Gabaglio del vicepresidente unico, Domenico Rosati. Rosati manterrà la carica ma verrà affiancato da Ferdinando Castellani, espressione del gruppo moderato.

Marino Carboni è l’uomo dell’organizzazione, che sembra incarnare quello “spirito di servizio” rivolto ai cristiani impegnati nella vita socio-politica che egli chiedeva alle Acli. L’affetto degli aclisti per il “presidente del salvataggio” è dimostrato dai molti circoli Acli che gli vengono dedicati, sia in Italia che all’estero, dopo la sua morte avvenuta prematuramente nel settembre del 1979.

Carboni è legato da grande affetto a Livio Labor che già nel 1955, da responsabile della formazione, lo aveva voluto a Roma per affidargli la segreteria della Scuola centrale di formazione, una sorta di Università del Movimento che resta anche uno dei progetti più ambiziosi, ricordati e riusciti nella storia delle Acli.

Il nuovo presidente Carboni – nell’intento di arginare scissioni e perdite e ristabilire un miglior rapporto con la Dc e con la Cei – propone un’immagine di Acli più “neutra”, come “luogo di incontro” e di “confronto” tra forze di diversa ispirazione.

Verso la ricomposizione politica del Movimento

Negli anni che vanno dal Congresso di Cagliari a quello di Firenze (10-13 aprile 1975) si lavora intensamente all’approfondimento e alla revisione dell’analisi economica e sociale che conduce alla “scelta di società”: una scelta cioè non più limitata alla classe operaia ma rivolta anche alle classi medie in una “linea egualitaria delle riforme”.

Le tensioni politiche interne però non si placano, acuite anche dal dibattito sull’unità sindacale e sul referendum abrogativo della legge sul divorzio del 1974. Le Acli, che avevano lavorato per un’alternativa alla soluzione referendaria che non condividevano, danno di fatto l’indicazione di voto libero; mentre la sinistra e Gioventù aclista – la cui dirigenza giunge a una vera e propria rottura con il movimento adulto – si schierano apertamente sulle posizioni dei “cattolici del no”, favorevoli al mantenimento della legge.

1965: il discorso di Livio Labor per il ventennale delle Acli

1966: l'intervento di Aldo Moro al Congresso nazionale Acli

1968: il messaggio di fine anno del presidente delle Acli Livio Labor

1969: il Congresso nazionale delle Acli a Torino

  • Il carteggio Acli-Cei (lettere di Livio Labor e cardinal Urbani) del febbraio-marzo 1969

03
Giu
1965-1974