L’allargamento dei confini e la fedeltà delle Acli al futuro

1995 - 2004

(videoscheda in produzione)

Nel corso del 1995 le Acli promuovono un denso programma di iniziative per la ricorrenza del primo cinquantenario della propria fondazione. La memoria diventa una preziosa occasione per ripensare le ragioni della propria missione e dell’identità associativa.  Alla vigilia dell’evento, Franco Passuello lo presenta così: «Nel nostro Paese c’è anche un cattolicesimo che non è rimasto coinvolto né in scandali né tanto meno in lotte interne». I due momenti più significativi sono la manifestazione a Roma, il 30 aprile, all’Eur e, il 1° maggio, una partecipata ed emozionante manifestazione pubblica a Piazza San Pietro.

Il 30 aprile 1995 a Roma, in un Palazzo dei Congressi affollato e festoso, si tiene uno spettacolo intitolato Il filo della memoria, tra canti, immagini, rievocazioni e una rappresentazione teatrale. Alla presenza di molte personalità, il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, in una intervista videoregistrata afferma: «(…) Oggi vi sono vicino per dirvi grazie (…) è il grazie del Capo dello Stato, perché avete lavorato per il popolo italiano. Grazie per l’opera compiuta e per quanto ancora fate con amore ed entusiasmo. Vi auguro di continuare quest’opera esaltante a servizio della persona umana – il più grande servizio che ci sia – affinché ognuno sia consapevole dei propri diritti e dei propri doveri e per formare i lavoratori alla difesa di tali diritti e soprattutto per i più deboli e i più sofferenti».

50 anni Acli: piazza San Pietro di nuovo aclista

Ma il cuore delle celebrazioni è l’incontro delle Acli con il Papa, il 1° maggio in Piazza S. Pietro, definito dallo stesso Giovanni Paolo, “la grande visita”. Il Pontefice, dopo la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Camillo Ruini, rivolge un caloroso saluto al popolo aclista, in cui ripercorrendo la storia delle Acli, ne sottolinea ed apprezza la “triplice fedeltà: ai lavoratori, alla democrazia e alla Chiesa” e delinea chiaramente le attese della Chiesa: priorità alla formazione, nuova cultura del lavoro, impegno per la costruzione di una società più giusta, libera e fraterna; dialogo sincero con gli altri protagonisti del mondo del lavoro.  «(…) Si apre ora, dopo cinquant’anni di vita – dice il Papa alle Acli – una nuova fase, che deve inaugurare un serio processo di cambiamento attento al nuovo, ma pienamente in sintonia con i valori che hanno caratterizzato le vostre origini e la vostra vocazione di lavoratori e di credenti. Solo il Vangelo fa nuove le Acli. La “rifondazione” della vostra Associazione non può non essere affidata soprattutto alla capacità di mettere al centro la fede nel Dio rivelato in Cristo, dandone testimonianza chiara e trasparente».

Il XX Congresso nazionale che tiene a Napoli dal 28 al 31 marzo del 1996, approva il “nuovo patto associativo” e riconferma alla presidenza Franco Passuello. Per la prima volta nella storia delle Acli il presidente è eletto direttamente dai delegati.

Da una ricerca commissionata a Telos, i cui risultati sono oggetto di riflessione congressuale, emerge la ricca e complessa struttura organizzativa e funzionale delle Acli: una fitta rete di 4.200 circoli, disseminati in tutto il territorio nazionale, con una dislocazione privilegiata nei piccoli centri, in cui operano 350.000 soci, impegnati in svariate attività sul territorio che comportano circa 30 milioni di ore/anno di volontariato.

Costituiscono la struttura portante delle Acli, il Patronato, per l’assistenza e la tutela previdenziale dei lavoratori, nella cui rete di segretariati sociali operano 600 dipendenti e ben 4.000 addetti volontari; l’Enaip, con 300 centri di formazione professionale e circa 5.000 operatori; l’Unione sportiva Acli cui fanno riferimento circa 1.800 società sportive; la rete delle Cooperative di lavoro e di servizi con oltre 300 imprese.

La proposta di riforma-rifondazione

Nella proposta di riforma-rifondazione della struttura organizzativa e funzionale delle Acli, a partire dalla ridefinizione di forti valori comuni condivisi, emerge l’esigenza di superare tentazioni e nostalgie gerarchiche, tra vertice e base, tra centro e periferia; l’impegno nel monitorare e nel coordinare le attività periferiche, comprese le iniziative specifiche, valorizzando le loro diversità; l’impegno, infine, a realizzare nel tempo un’integrazione tra organi politici e organi tecnici.

Sul fronte dell’azione sociale e pubblica l’Associazione esce da Napoli impegnata a procedere in tre direzioni: essere un movimento della laicità cristiana matura; essere un movimento del lavoro e della cittadinanza solidale; essere un soggetto del Terzo settore e dell’economia sociale.

Nascono Lega consumatori e Fai

Nel corso della presidenza Passuello due novità associative meritano di essere messe in risalto: la Lega Consumatori delle Acli e la Fai.

La Lega dei Consumatori, già operante sin dal 1971, si costituisce formalmente nel dicembre 1996 con 16.000 iscritti. Il suo obiettivo è quello di rispondere a due esigenze: tutelare il potere d’acquisto familiare e concorrere a una nuova qualità della produzione e del consumo per una nuova qualità della vita.

Gli statuti che vengono approvati nel Congresso di Napoli 1996, rappresentano anche l’atto di nascita della Fai (Federazione Acli Internazionali). La Fai mette in rete l’intera famiglia delle Acli in tante nazioni del mondo. Oltre che in Italia, le Acli in quel momento sono infatti presenti in altri 19 Paesi, di cui 9 in Europa, 8 nelle Americhe, in Sudafrica e in Australia. La Fai partecipa e collabora con varie organizzazioni internazionali, tra cui Cmt (Confederazione mondiale del lavoro) e Mmtc (Movimento mondiale dei lavoratori cristiani).

Una nuova intesa tra Acli e Cisl

Il 31 ottobre 1996, Acli e Cisl stipulano un’intesa per promuovere una nuova alleanza tra tutti i soggetti del lavoro e della cittadinanza sociale, scegliendo di impegnarsi insieme in due processi prioritari e non più rinviabili: l’unità sindacale e il Terzo settore.

Sergio D’Antoni, segretario generale della Cisl, afferma: «Mettendo insieme il sociale cristianamente ispirato, mantenendo però ognuno la propria autonomia, specificità e i propri compiti, possiamo cercare di trasformare le nostre potenzialità in capacità di interlocuzione da pari a pari con tutti gli interlocutori politici e istituzionali (…)».

Oltre l’assistenzialismo: la “dote” e la “rete”

Su questo tema si svolge a Bari, nel novembre 1997, un importante convegno che rilancia la presenza delle Acli sul territorio come centri integrati di servizio. Se i diritti di cittadinanza sono la dote, che dovrebbe essere garantita a ognuno come appartenente a una comunità, la rete è immagine dei nodi, delle articolazioni territoriali, delle relazioni organizzate che consentono ad un diritto di essere concretamente praticato.

Nelle sue conclusioni Passuello afferma: «Superare l’assistenzialismo non può voler dire svuotare la cittadinanza sociale ma arricchirla nella linea di una cittadinanza attiva e solidale. Solo così si eviterà che la figura del povero torni a sostituire quella del cittadino».

Da cristiani nella società civile e nel lavoro

Nei giorni 5-8 novembre 1998 si tiene ad Assisi una partecipata Conferenza organizzativa e programmatica con oltre 1.000 delegati sul tema “In cammino con le Acli: da cristiani nella società civile e nel lavoro”. L’obiettivo è fare il punto sull’efficacia del nuovo modello organizzativo scelto a Napoli e verificarne la capacità di risposta rispetto alle inedite sfide del presente quali le radicali e pervasive trasformazioni del lavoro, l’immigrazione, la bioetica, la riforma del welfare state.

Nelle sue conclusioni Passuello afferma: «Esco di qui con la consapevolezza che le donne e gli uomini delle Acli hanno ancora nel cuore la passione del loro carisma e della loro missione. (…) Ma bisognerà vigilare (…). È importante per diventare davvero quello che abbiamo deciso nel Congresso di Napoli: un movimento della cittadinanza attiva e solidale che costruisce Terzo settore ed economia civile. Queste Acli sono belle da vivere e sono una risorsa per la Chiesa e per il nostro Paese. Vale dunque la pena di rigenerare l’associazione. E anche il suo gruppo dirigente. Si dovrà porre mano quanto prima ad un nuovo gruppo dirigente incominciando dal livello nazionale. C’è bisogno che energie fresche entrino in campo».

Dopo pochi giorni, il 12 novembre, nel corso di una Direzione nazionale, Franco Passuello annuncia le proprie dimissioni da presidente nazionale e l’assunzione dell’incarico di responsabile dell’organizzazione dei Democratici di sinistra, affidatogli da Walter Veltroni. Per Passuello si tratta di una “scelta personale” che coerentemente conclude un pluridecennale percorso di ricerca e di impegno politico-sociale e religioso e la leadership aclista, anche per rispondere a interpretazioni esterne fuorvianti e a qualche sconcerto interno, precisa che le Acli “gelose della propria autonomia e fedeli alla propria ispirazione cristiana” continuano ad essere impegnate nell’organizzazione e nella rappresentanza della società civile , nella riforma della politica e delle istituzioni, oltre che nel proprio specifico compito di formazione cristiana dei soci.

Bobba, il primo presidente della generazione post-ideologica

A Roma, il 29 novembre 1998, il Consiglio nazionale, allargato ai presidenti provinciali, elegge presidente delle Acli con il 90% dei voti, il quarantenne Luigi Bobba, un piemontese di Cigliano (Vercelli).  In quell’occasione, incarichi di rilievo sono affidati a dirigenti non facenti parte della presidenza. Si realizza un ricambio generazionale e si afferma una cultura nuova “post-ideologica”, maturata nella ormai non più breve stagione dei movimenti e delle esperienze associative dal basso che hanno contraddistinto gli ultimi decenni della storia politica, sociale e ecclesiale del nostro Paese.

Bobba, già segretario nazionale di Gioventù aclista, si è contraddistinto per aver saputo creare nuove iniziative in campo sociale: dal “Movimento primo lavoro”, alla metà degli anni ’80, alla manifestazione “Job-Orienta”; dalla nascita del Forum permanente del Terzo settore, di cui è stato il primo portavoce nazionale, a Banca Etica, di cui è stato vice presidente.

La fedeltà al futuro

Il filo rosso che percorre tutti gli anni della presidenza Bobba è senza dubbio il tema del futuro. Quasi una passione, uno spirito da “nuovo millennio”. La spinta verso il futuro diventa concretamente, per le Acli, un’occasione per reinventare le forme della loro presenza nella società che cambia.

Le Acli si configurano e si definiscono come “solidarietà in movimento” e acquisiscono una consapevolezza sempre più forte della propria responsabilità nel farsi portavoce e interpreti del “nuovo sociale” che partiti e sindacati non riescono a rappresentare. La morte, il 9 aprile 1999, di Livio Labor, che “seppe fare grandi le Acli” negli anni Sessanta, è un’occasione per ribadire e rilanciare la sua scelta strategica dell’autonomia, che, però, non implica la chiusura, bensì il rilancio di un’intesa con la Cisl, un dialogo fecondo e costante con la Cei, un serrato confronto con le istituzioni, compreso il Governo con cui si definisce un “patto di solidarietà”.

Rievocando, nel mese di giugno, quel congresso di Torino che 30 anni prima aveva sancito la fine del collateralismo delle Acli nei confronti della Democrazia cristiana, Luigi Bobba esterna la preoccupazione del movimento per il destino del popolarismo democratico: la sua “lezione” laica, aconfessionale e riformista – di cui la bruscamente interrotta esperienza di governo dell’Ulivo di Romano Prodi è stata una significativa realizzazione – non può essere dimenticata.

A Vallombrosa per “tornare a pensare”

“Tornare a pensare”, dice Bobba nel suo primo discorso da presidente. Per questo le Acli tornano a Vallombrosa, nel 1999, dopo poco meno di 30 anni dall’ultima volta; ed è un ritorno che suscita emozioni nell’universo aclista, perché luogo simbolo di ardite elaborazioni teoriche di una passata e controversa stagione storica. La spinta è l’esigenza ineludibile di ricostruire la trama di un pensiero sociale che raccolga le sfide inedite della globalizzazione, della pace e della cooperazione internazionale, del mercato equo e solidale, della sussidiarietà, della partecipazione democratica.

Assumendo il paradigma dei diritti umani e dell’etica sociale, le Acli favoriscono una valutazione critica della globalizzazione ed avanzano proposte per umanizzare l’economia. Evitando la sterile tentazione “no global”, le Acli leggono da subito la globalizzazione come nome nuovo della questione sociale, secondo la stessa indicazione di Giovanni Paolo II.

A Bruxelles, piazza grande d’Europa

Il XXI Congresso nazionale delle Acli – chiamato anche, “il Congresso del Giubileo” –  ha una lunga gestazione: convocato dal Consiglio nazionale del 29-30 ottobre 1999, si svolge dal 30 marzo al 2 aprile del 2000, con una sessione inaugurale a Milano e tre giornate di lavori a Bruxelles col titolo “Osare il futuro nella nuova Europa. Lavoro e solidarietà: radici dell’economia civile”.

Nella lunga e partecipata fase precongressuale è indicato l’obiettivo di ricomporre e rilanciare l’identità originaria che individuava il “mestiere delle Acli” nel trinomio (fare formazione; promuovere azione sociale; organizzare servizi) e nella riaffermazione di una forte identità di fede cristiana vissuta. La densa relazione di Luigi Bobba ha un lungo titolo: “Osare il futuro nella nuova Europa. Lavoro e solidarietà: radici dell’economia civile”.

La scelta di Bruxelles non è solo e tanto un omaggio, pur doveroso, a una delle realtà più antiche e operose delle organizzazioni acliste tra i lavoratori italiani all’estero, presenti in 8 paesi europei e 8 extraeuropei, raccolte nella Federazione delle Acli internazionali (Fai). È motivata dall’esigenza di evidenziare, fuori e dentro le Acli, la dimensione europea e internazionale della loro elaborazione, delle loro pratiche sociali e della loro strategia complessiva.

Il simbolo di quel Congresso è forse la lampada dei minatori che Michele Ottati, presidente delle Acli del Belgio, regala a Bobba come ricordo della tragedia di Marcinelle.

Alla fine, Luigi Bobba è riconfermato presidente nazionale con l’82% dei voti. Si trova al vertice di una poderosa organizzazione: 7.100 strutture di base, 20 sedi regionali e 104 provinciali, 80 sedi estere con un numero complessivo di 800.000 iscritti, per oltre il 40% donne.

Un patto intergenerazionale per “scegliere il futuro”

Dopo Bruxelles, l’impegno prioritario delle Acli è quello di operare una conversione associativa e una maggiore integrazione identitaria tra associazione, imprese e servizi. Di qui l’innovazione della figura del Segretario generale.

Un momento importante di questo processo è la Conferenza organizzativa e programmatica (aprile 2002), che ha come titolo “Scegliere il futuro”. Si sceglie il tema del rapporto intergenerazionale perché giovani e adulti stanno vivendo in un contesto storico in cui emerge in modo rilevante una questione inedita: l’interruzione della trasmissione della memoria.

Manifesti e agende per il futuro del Paese

Forti di 60 anni di impegno sociale e civile, sempre fedeli alle radici cristiane, le Acli si confrontano con le sfide del futuro. Numerosi i documenti – Manifesti e Agende – che indirizzano come proposte alle forze sociali e politiche del nostro Paese. Ricordiamo: Il manifesto sulla flessibilità sostenibile (2002); Fare Welfare (2003); e successivamente l’Agenda del lavoro per l’Italia (2005) e Vista da Sud (2005), che è un suo adattamento per il nostro Mezzogiorno.

Allargare i confini sulle rotte della fraternità

La scelta del tema del XXII Congresso nazionale delle Acli (Torino, aprile 2004) – “Allargare i confini sulle rotte della fraternità nella società globale” – è conseguenza del mandato di Giovanni Paolo II alle Acli nell’udienza del 27 aprile 2002: «Oggi siete chiamati ad allargare i confini della vostra azione sociale».

Questo significa non solo orientare i campi tradizionali dell’azione sociale delle Acli – economia e lavoro, welfare e democrazia – verso la fraternità e nella consapevolezza di mantenersi libere da collateralismi e “autonomamente schierate”; ma anche di aprirsi e arrischiarsi su sfide inedite nel tempo della globalizzazione per poter essere anche in futuro una “associazione di frontiera”.

Una fraternità intesa come nuovo paradigma politico che sia capace di rispondere alle nuove questioni della “biopolitica”: come avviene poi nel caso del referendum del 2005 sulla legge 40 sulla procreazione assistita, dove le Acli hanno un ruolo vincente di “astensione attiva”.

Una speranza per il Mozambico

Al processo di globalizzazione si risponde non con la contrapposizione ma con la scelta di azioni positive per “globalizzare la solidarietà” (secondo il motivo new global “un altro mondo è possibile”). È questa la chiave per comprendere il progetto in Mozambico con cui le Acli realizzano la escola professional “Estrela do Mar” a Inhassoro, promuovendo anche in Africa opportunità di formazione e di lavoro. Il giorno dell’inaugurazione, alla presenza del presidente Bobba, il vescovo della diocesi di Inhambane, Alberto Setele, afferma: «Le Acli hanno fatto non una scuoletta di serie B, ma una scuola come la dovessero costruire per i loro figli».

Retinopera: cattolici come “lievito” in politica

Sulla presenza dei cattolici in politica le Acli si sono interrogate continuamente ricercando forme originali a partire non più direttamente dai partiti politici ma finalmente dal “civile” (cattolico).

Infatti, dopo la fine della Democrazia cristiana si è aperta una nuova stagione che la stessa Conferenza episcopale italiana interpreta con il “Progetto culturale” e con le sue dirette iniziative.

In tale contesto le Acli promuovono “Retinopera”, un agile organismo interassociativo che evoca anche linguisticamente ciò che in passato fu il ruolo esercitato dall’Opera dei congressi, dalle Settimane sociali e dal Codice di Camaldoli. I cristiani non si separano dal mondo ma vivono immersi nel mondo come il sale e il lievito nella pasta. Ecco perché i cattolici impegnati in campo sociale, sindacale e politico devono evitare le derive dell’irrilevanza, dell’insignificanza e della subalternità, cercando di costruire un “noi cattolico” e un’identità assertiva.

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Giu
1995-2004