Migrando dal Novecento: le Acli fedeli al futuro e ai poveri

2005 - 2015

(videoscheda in produzione)

Anche la presidenza di Luigi Bobba s’interrompe prima della conclusione del mandato, il 28 febbraio del 2006, con le dimissioni, presentate, in ossequio alla norma statutaria dell’incompatibilità, come da prassi consolidata, a seguito della sua candidatura al senato, nelle fila della Margherita, per le imminenti elezioni politiche d’aprile.

Un altro “giovane” presidente: Andrea Olivero

Ai primi di marzo il Consiglio nazionale delle Acli, con 101 voti su 108, elegge nuovo presidente Andrea Olivero. Piemontese come il suo predecessore, Olivero, a soli 36 anni, assume la guida del ricco e complesso universo aclista, che è riconfermato e rilanciato come “associazione inquieta, che rischia, che osa il futuro”. Laureato in lettere classiche e insegnante, il dodicesimo presidente delle Acli ha maturato al suo interno e al suo vertice (vicepresidente nazionale dal 2004) una particolare competenza nel campo della politica sociale, della formazione e della cooperazione internazionale.

Nel suo discorso di insediamento, riaffermando con forza e con orgoglio, come peculiare identità aclista, “l’esercizio consapevole dell’autonomia laicale” nella “piena appartenenza alla Chiesa”, rilancia la strategia e il programma aclista: “Le Acli seguiteranno ad operare per la difesa dei diritti dei lavoratori, a partire dai precari e dagli immigrati, e per la tutela e la promozione della famiglia, della vita e della pace. Continueremo a dare il nostro contributo di idee, proposte e critiche per un diverso modello di welfare, ma anche, più in generale, per rigenerare e riformare dal basso, con passione e autonomia, una politica sempre più asfittica e meno credibile”.

Alle Acli è sempre “Family day”

L’esercizio consapevole dell’autonomia laicale e la piena appartenenza alla Chiesa trovano subito un palestra molto impegnativa, che è anche un terreno quotidiano e fisiologico dell’azione sociale delle Acli: la famiglia.

Nonostante per la prima volta un governo italiano presenti un ministero dedicato, il mondo ecclesiale, sospinto con forza dall’iniziativa della Conferenza episcopale, denuncia la perdurante scarsa attenzione alla realtà familiare. L’iniziativa governativa però non accompagna alla discussa proposta di riconoscimento delle coppie di fatto (Dico) alcun provvedimento di sostegno alla famiglia così come tutelata dalla Costituzione. Ci si avvia dunque all’organizzazione del cosiddetto “Family day” del 12 maggio 2007, anche in vista della successiva Conferenza nazionale della famiglia, voluta fortemente anche dalle Acli.

Le Acli partecipano convintamente alla manifestazione dopo una animata discussione nella Direzione nazionale, ma non senza aver messo in guardia gerarchia e associazioni dai rischi di strumentalizzazione da parte dell’opposizione e senza il chiaro invito agli aderenti ad andare in piazza con uno “stile propositivo”, ossia con una proposta di legge sulla famiglia. Strumentalizzazione e mancanza di proposta che puntualmente si verificano. Le istanze del variegato “popolo del Family day”, come poi denunciano le Acli, non trovano nessuna risposta nemmeno nel successivo governo Berlusconi, il mattatore di quella piazza. Questa risulta essere per Andrea Olivero la più grande delusione del suo mandato: “Il tema dell’autonomia per me è sempre stato decisivo. In quell’occasione l’ho vissuta come una personale sconfitta”.

Nonostante ciò, le Acli continuano il loro impegno concreto accanto alle famiglie, annunciato già nel Consiglio nazionale del gennaio 2007, che viene messo a sistema con il progetto dei “Punto famiglia”, lanciato ufficialmente con il Congresso di Roma del 2008 come “effettiva possibilità di integrare sinergicamente e innovare la rete dei servizi delle Acli in funzione dei bisogni della famiglia”

Migrare dal Novecento: le Acli del XXI secolo

Per il XXIII Congresso nazionale, che si tiene a Roma nei primi giorni di maggio 2008, le Acli scelgono un motto ambizioso e suggestivo: “Migrare dal Novecento. Abitare il presente. Servire il futuro”. Nel Consiglio nazionale tenutosi il 15 ottobre 2007 per preparare il Congresso, Andrea Olivero ne chiarisce e anticipa contenuti e scopi: “Fin dal titolo chiariamo la nostra volontà di uscire dagli steccati, di avventurarci in strade nuove. Usiamo il verbo ‘migrare’, perché come migranti sentiamo il desiderio di partire alla ricerca di una terra più ospitale, carichi di speranza ma ugualmente incerti sulla meta, sull’approdo finale e disponibili a cambiare, anche in profondità se necessario. Il nostro non vuol essere certo un esodo né una fuga. Al contrario è un sentirci uniti al destino comune di tutti gli uomini, italiani e stranieri, credenti e non credenti”.

Senza retorica indica, nella stessa occasione, il nuovo  scenario in cui le Acli sono chiamate ad operare: “Quattro anni fa scegliemmo ugualmente un cammino, ma nello spazio, per ‘allargare i confini’ della nostra azione sociale. Oggi lo compiamo nel tempo, uscendo dal Novecento per entrare, per davvero, con la testa e con il cuore, nel XXI secolo. Legando la nostra responsabilità all’impegno per il futuro, nel segno della speranza e del bene comune, per il nostro Paese e per tutti i popoli della Terra”.

La crisi economica internazionale: la disoccupazione e le “nuove povertà”

Nel corso del 2008 anche in Italia comincia a filtrare con sempre maggiore insistenza la preoccupazione per la crisi economico-finanziaria, innescata negli Usa dalla bolla dei cosiddetti “mutui sub-prime”.

Con un documento presentato nel corso delle Direzione nazionale del novembre di quell’anno, l’Associazione fotografa la situazione dovuta alla “radicale fragilità e vulnerabilità del capitalismo finanziario che ha cambiato non solo la natura del sistema economico, ma la vita stessa delle persone”. La recessione in cui entrano piano piano tutte le economie dei paesi sviluppati, inclusa l’Italia – nonostante un iniziale ottimismo di facciata delle istituzioni – è il frutto di un fantasma che aleggiava da tempo, la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia, ossia “una crescita avulsa dai processi di produzione” in cui “cento euro di reddito reale di diventare mille, senza alcun rapporto tra quel denaro e il lavoro umano”. Questo nuovo, insostenibile modello di sviluppo mette anche definitivamente in luce “la fragilità delle istituzioni democratiche, la potestà degli Stati nazione a cui oggi i cittadini si rivolgono come sempre nei momenti di crisi”. Di fronte a questo “orizzonte inquietante” anche per il Paese – suffragato dalle previsioni della Commissione europea – le proposte delle Acli sono tre: “la lotta alla povertà; la tutela e la promozione dei lavoratori e il sostegno alle piccole e medie imprese; la tutela e il protagonismo dei nuclei familiari”.

Oltre all’attenzione ai nuclei familiari, già incarnata nei Punto famiglia, il focus sulle condizioni dei lavoratori in un’economia stravolta dalla finanza e soprattutto sulla lotta alla povertà assoluta, diventano una bussola di azione sociale per le Acli degli anni a seguire.

Mentre cominciano ad arrivare i primi dati sugli effetti della crisi mondiali su produzione e occupazione, le Acli infatti nell’ottobre del 2009, lanciano una campagna nazionale con una petizione per la definizione di uno “statuto dei lavori”. L’obiettivo è integrare alla luce dei cambiamenti dei processi economici e del mercato del lavoro la legislazione vigente, in particolare puntando a una maggiore flessibilità nell’accesso al lavoro, riducendo le forme contrattuali.

Il 2009 è anche l’anno in cui il tema delle “nuove povertà” entra decisamente nell’agenda politica e sociale delle Acli, a seguito di un lavoro di analisi territoriale sul sistema di welfare italiano che mette in luce il buco nella rete di protezione, soprattutto per le persone in condizione di povertà assoluta. Di quell’anno è anche l’inizio di un’alleanza più stretta con la Caritas italiana, con l’occasione del lancio da parte della Conferenza episcopale, in collaborazione con l’Abi, del “Prestito della speranza” e l’impegno ecclesiale delle Acli sul territorio, in specie a Milano con il Fondo Famiglia Lavoro (istituito la notte di Natale del 2008), che si rivela poi modello per altre iniziative analoghe nelle altre diocesi italiane.

Ma è il 2010, anno europeo per la lotta alla povertà, che vede l’impegno dell’associazione sul tema alzarsi di livello, in occasione della Conferenza organizzativa e programmatica di Milano. Con un documento esclusivamente dedicato alla questione, in cui tra l’altro si invitava alla sperimentazione di “forme di reddito minimo di cittadinanza”, la presidenza nazionale delle Acli propose tra l’altro la revisione della Social card, lo strumento  messo in campo con grave ritardo dal governo per affrontare in qualche modo le conseguenze più estreme ed evidenti della crisi ormai in atto. Uno strumento inadeguato come dimostrano le analisi dei Caf delle Acli, i cui dati diventano a quel punto un riferimento per lo stesso governo.

I nuovi italiani senza cittadinanza: i migranti e la campagna “L’Italia sono anch’io”

Le Acli che “migrano dal Novecento”, da sempre vicine agli italiani che hanno preso la strada dell’emigrazione per tentare di garantire un futuro alla propria famiglia, vivono insieme al resto del Paese il fenomeno dell’immigrazione, che dopo i prodromi degli anni ’90 esplode negli anni 2000.

È l’era della cosiddetta legge “Bossi-Fini” che inaugura un regime di controllo del fenomeno tanto duro e discriminatorio quanto contraddittorio. Le reazioni di gran parte del mondo cattolico sono inizialmente un po’ timide, mentre le Acli da subito prendono una posizione dura, in particolare sulla procedura irrazionale prevista per il conseguimento del permesso di soggiorno e contro il reato di immigrazione clandestina. Non senza la presenza di differenze di sensibilità sul tema immigrazione anche all’interno del movimento. Le Acli parlano però da una posizione di vantaggio: essere concretamente vicine ai migranti, in particolare grazie ai servizi del Patronato e all’azione delle Acli Colf.

Dentro questa sensibilità non ideologica, matura nell’associazione anche la posizione di allentare i vincoli della legge sulla cittadinanza per favorire un reale processo di inclusione e di integrazione e uscire da una logica emergenziale nella gestione del fenomeno migratorio.

Già nel 2009 si esprimono a favore di una proposta bipartisan di riforma che prevede il diritto di voto alle elezioni comunali e circoscrizionali per gli extracomunitari residenti in Italia da almeno cinque anni. Poi, individuando nella situazioni dei minori quella più scandalosa, le Acli nel 2010 promuovono insieme a molte altre organizzazioni, cattoliche e non, la campagna “L’Italia sono anch’io”, che tra le altre cose si batte appunto per una decisa semplificazione delle procedure di cittadinanza per i minori nati in Italia da genitori stranieri, ma anche per quelli arrivati nel nostro Paese prima del compimento dei 10 anni.

L’esperimento politico di Todi

Dopo l’avvio da parte di Bobba dell’esperienza di Retinopera, alla ricerca di una composizione o ricomposizione di un “noi cattolico” in Italia, alla luce della Dottrina sociale della chiesa, un altro presidente delle Acli, Olivero, è tra i principali protagonisti di un’iniziativa simile ma diversa nei presupposti e nelle contingenze.

Quella del “Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro”. All’inizio le Acli se ne tengono fuori e sono viste come sabotatrici  di questo processo. Il Paese è sull’orlo del baratro economico-finanziario ed è bloccato dal governo Berlusconi, il quarto e il più debole, che si mostra timido se non fallimentare anche sui temi più identitari per il mondo cattolico dell’Italia del progetto culturale della Cei: famiglia, educazione e promozione della vita dall’inizio e alla fine. Temi stabilmente oggetto solo di promesse elettorali, di fronte all’evanescenza delle quali anche il Forum sembra troppo remissivo. Sollecitate da Cisl e Confcooperative le Acli tornano in gioco.

Nel febbraio del 2011, durante una tavola rotonda sul cattolicesimo democratico del Forum, al fine di superare «l’afasia» dei cattolici, Andrea Olivero invita apertamente a «sottrarre il cattolicesimo democratico dal cono d’ombra in cui è entrato nel tempo del berlusconismo». Il presidente delle Acli chiude la sua relazione dicendo che: «Ogni gruppo politico che oggi assume una posizione che prolunga la vita del Berlusconismo al governo del Paese, si rende complice di accanimento terapeutico». Nell’ottobre dello stesso anno il Forum si ritrova proprio a Todi e propone un manifesto “per la buona politica e per il bene comune” intorno al quale si compatta tutta l’opposizione del mondo cattolico italiano alla politica del governo in carica. A novembre il Forum dichiara che “occorre Governo di responsabilità nazionale”. Di lì a poco l’esecutivo di Berlusconi si dimetterà.

Le Acli intanto si avviano al XXIV Congresso, nel 2012. Nel documento preparatorio si manifesta la convinzione di trovarsi allo “avvio del post-berlusconismo. Abbandonata l’ipotesi di un nuovo partito cattolico, si punta alla costruzione di un ‘nuovo soggetto’ sociale e culturale chiamato a prendere posizione sui temi che riguardano il bene comune del nostro Paese”. Un soggetto politico che continua a vedere nel tavolo di Todi il laboratorio più plausibile. Nell’associazione però si manifestano posizioni critiche sull’impegno del presidente Olivero in quel tavolo e sull’aperto credito politico concesso al neonato governo Monti, che ha un’impronta liberale, lontana dalla tradizionale sensibilità delle Acli.

L’intenzione del presidente Olivero è in effetti quella di mettere in campo la capacità di mediazione politica e culturale delle Acli per costruire un progetto politico per il futuro del Paese dentro una nuova alleanza di centro-sinistra. Il tentativo si palesa nell’Incontro di studi di Orvieto, dove le Acli invitano Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini. Quando il progetto sembra maturo non se ne fa nulla. Ma ormai Olivero è politicamente esposto e corteggiato da più parti in vista delle elezioni imminenti.

Una nuova stagione di autonomia nata nel conflitto. Sale Bottalico

Andrea Olivero si dimette formalmente il 19 dicembre 2012 in vista di una sua candidatura alle elezioni. Lascia consegnando alla presidenza nazionale delle Acli queste parole: «L’amore per le Acli autonome, plurali e appassionate, come quelle che ho servito con dedizione in questi anni, mi spinge oggi a rassegnare le mie dimissioni da presidente nazionale, nella profonda convinzione di poterne sostenere i valori in nuovi ambiti di azione».

La sua uscita però non è indolore. Parte dell’associazione non ha vissuto bene il suo investimento nella scommessa di Todi e soprattutto nel cartello liberale “Verso la terza repubblica”. Ma soprattutto comincia a sentirsi anche per tutto il sistema Acli, come per tanti altri nel Paese, l’impatto della crisi economica, che è ormai anche ufficialmente una recessione.

Si arriva in un clima di incertezza fino al Consiglio nazionale del 26 gennaio 2013, chiamato appunto ad eleggere il nuovo presidente, ma anche il segretario generale e la nuova direzione nazionale. Erano decenni che non si arrivava a uno scontro e a una divisione netta dell’associazione. Alla fine si rivela necessaria la conta.

Viene eletto presidente nazionale, Gianni Bottalico, presidente delle Acli milanesi e con un profilo multiforme che unisce esperienza aziendale, impegno associativo ed esperienza politica. Nel suo primo discorso da primo responsabile dell’associazione dice: «Staremo anche nella bufera politica di questi giorni rivendicando la nostra autonomia e il nostro pluralismo». Nelle sue prime parole emergono subito due temi-guida della sua leadership, quello della riconquista della dimensione popolare e comunitaria delle Acli e quello della responsabilità: «Governare nella bufera è la vera sfida di oggi, che ci chiama ad un serio impegno per il futuro. Questo significa fare delle scelte di responsabilità più che di protagonismo. Responsabilità significa saper rispondere a chi ci ha preceduto, alla memoria e alle fatiche compiute dai nostri padri, ma anche a chi verrà, ai nostri giovani e ai nostri figli». Bottalico, ricordando successivamente quei giorni delicati dell’elezione dirà: «Ho vissuto quel periodo in modo sofferente. C’erano due idee di associazione che si confrontavano. Abbiamo cercato di ricostruire l’unità».

Il lavoro al centro, la riforma della finanza e l’attenzione ai poveri

La gestione della delicata situazione economico-finanziaria interna è molto impegnativa per la nuova dirigenza dell’associazione, che nel frattempo ha ricompattato le fila dell’associazione, integrando nella presidenza alcuni aclisti della parte uscita sconfitta dal Consiglio nazionale.

La crisi interna va in parallelo con i pesanti strascichi di una crisi economica del Paese ormai in recessione. In questo contesto, la linea politica delle Acli spinge subito l’acceleratore sul tema della creazione di lavoro. La pressante richiesta alle istituzioni è quella di varare un piano industriale straordinario che veda dalla stessa parte i soggetti dell’economia reale (lavoratori, imprese, famiglie e settore pubblico) nei confronti dello strapotere della finanza speculativa “che va regolata a partire dal livello nazionale, in attesa che anche gli organismi internazionali si decidano ad adottare misure concrete”.

La convinzione è poi che anche in tempi di austerità – parola-guida da archiviare, secondo la dirigenza aclista – il welfare non può essere considerato una spesa ma un investimento per la ripresa e per ripristinare un’uguaglianza delle possibilità così gravemente messa ai margini dalla continua concentrazione delle ricchezze anche in Italia. Le Acli pertanto, durante l’estate del 2013, rilanciano l’impegno nato nel 2009, proponendo insieme alla Caritas italiana un Patto aperto per una nuova “Alleanza contro la povertà assoluta”. La proposta concreta, frutto anche degli studi di un gruppo di ricerca dell’Università cattolica di Milano, attorno alla quale man mano si compatteranno tante sigle ed organizzazioni, è quella dell’introduzione del Reddito d’inclusione sociale (Reis).

Per le Acli questo impegno matura dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a un problema non solo politico, sociale ed economico ma etico. Si mostra anche come una grande opportunità per rinforzare una presenza sul territorio, facendosi vicine alla gente concretamente anche in questo campo, come nella tradizione dell’azione sociale delle Acli.

I 70 anni delle Acli: con Papa Francesco e col Presidente Mattarella

Nel frattempo, dopo le inattese e profetiche ‘dimissioni’ di Benedetto XVI, sale al soglio pontificio il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, che si impone un nome che è già una promessa: Francesco. Le Acli, con le parole del presidente Bottalico, accolgono con gioia e particolare speranza la sua elezione e sottolineano in quell’occasione «che l’ex arcivescovo di Buenos Aires ha manifestato una particolare sensibilità per la giustizia sociale e per il riscatto dei ceti più poveri».

L’impegno delle Acli contro la povertà viene confermato con forza proprio dal Pontefice, durante l’Udienza in occasione della celebrazione dei loro 70 anni di esistenza, il 23 maggio 2015.

Le parole del Papa sono particolarmente significative e incoraggianti in quella occasione. Il presidente Bottalico lo saluta a nome degli oltre 7.000 aclisti presenti nell’Aula Paolo VI ricordando il senso ancora vivo del nome dell’associazioni: «Cristiani e lavoratori: sono i tratti distintivi delle Acli. Intendiamo continuare ad essere una presenza evangelizzatrice nel mondo del lavoro e nella società, pronti ad affrontare le nuove sfide che i cambiamenti impongono”. E Papa Bergoglio, dopo aver ricordato l’inaccettabilità della cultura dello scarto che toglie dignità e futuro soprattutto ai giovani, declina così la sfida che vede di fronte all’azione sociale delle Acli: «L’ispirazione cristiana e la dimensione popolare determinano il modo di intendere e di riattualizzare la storica triplice fedeltà delle Acli ai lavoratori, alla democrazia, alla Chiesa. Al punto che nel contesto attuale, in qualche modo si potrebbe dire che le vostre tre storiche fedeltà – ai lavoratori, alla democrazia e alla Chiesa – si riassumono in una nuova e sempre attuale: la fedeltà ai poveri».

A completare le celebrazioni del 70esimo delle Acli arriva anche l’incontro con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il 2 dicembre 2015 riceve al Quirinale una delegazione delle Acli, guidata dal presidente nazionale. Nel suo saluto il Capo dello Stato ricorda che «in linea con l’assetto della nostra Costituzione, con il ruolo delle formazioni sociali intermedie, le Acli hanno contribuito alla crescita sociale e democratica del nostro Paese». Facendo riferimento anche all’imminenza del XXV Congresso, Mattarella rivolge anche alle Acli «un sentito, autentico ringraziamento per quel che avete fatto e per quel che fate».

2015: Intervento di Papa Francesco nell'udienza per i 70 anni delle Acli

2015: il Presidente della Repubblica Mattarella incontra la Presidenza nazionale per i 70 anni delle Acli

07
Giu
2005-2015