Archivio completo

1945 - 1954 | Quando sono nate le Acli?

Il percorso di progettazione, costituzione, organizzazione e di riconoscimento pubblico delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani abbraccia un periodo che va dall’estate del 1944 alla primavera del 1945.

Le Acli muovono infatti i loro primi passi nel corso di una serie di incontri che si tengono a Roma dal 14 giugno al 5 luglio 1944, a pochi giorni dalla liberazione della città e all’indomani (9 giugno) della firma del Patto di Roma da parte di Giuseppe di Vittorio, Achille Grandi e Emilio Canevari, che aveva sancito la Costituzione del sindacato unico dei lavoratori, la Cgil unitaria. Si punta a rendere operativo il progetto di costituzione delle future Acli, in cui sono abbozzate le linee statutarie e prefigurate le forme organizzative del movimento. Come riporta Giuseppe Pasini nel suo Le Acli delle origini:

Il progetto maturato nel gruppo di studio era assai ambizioso. Puntava, infatti, a un movimento completo e specializzato, dove i lavoratori potessero trovare risposta a tutti i loro bisogni, dalla formazione spirituale all’assistenza sociale, all’abilitazione sindacale.

Agli incontri prendono parte, oltre ad Achille Grandi, Piercostante Righini, delegato centrale dei lavoratori della Gioventù italiana di Azione cattolica, Vittorino Veronese, segretario dell’Istituto cattolico di attività sociali (Icas), Luigi Palma della presidenza dell’Azione cattolica, esperto di problemi del lavoro e della formazione professionale, Silvestra Tea Sesini, dirigente dell’Unione Donne di Azione cattolica, Giulio Pastore e Lamberto Giannittelli in rappresentanza della Democrazia Cristiana.

Perché le Acli?

Achille Grandi racconta così i passaggi che portarono alla fondazione delle Acli:

“Era convincimento di noi tutti che i lavoratori cristiani, pur entrando in un’organizzazione sindacale che affermava solennemente di rispettare tutte le opinioni politiche e religiose, avessero bisogno di un’organizzazione che li formasse solidamente nella dottrina sociale cristiana. Noi volevamo che rivivessero nelle Acli le nobili tradizioni della dottrina leoniana e di quelle mirabili opere che sorsero in Italia in seguito all’importante enciclica, e che raggiunsero il massimo della loro efficienza dopo l’altra guerra. E perché rimanessero nel solco della tradizione occorreva agganciarsi all’Istituto cattolico di attività sociali che fu l’erede di tutte le opere sociali secondo gli ordinamenti che diede Pio XI all’Azione cattolica oltre 20 anni fa. Così iniziammo ancora prima del Patto di Roma i primi contatti con vari dirigenti dell’Azione cattolica per mettere le basi e delineare le finalità dell’organizzazione. Ma questa non poté sorgere immediatamente dopo la liberazione di Roma perché occorreva il crisma dell’Autorità ecclesiastica e questo si poté ottenere solo quando fu possibile lavorare alla luce del sole. In attesa che sorgessero quelle che allora andavamo chiamando con linguaggio convenzionale e terminologia provvisoria Associazioni libere, costituimmo un Ufficio sindacale della Democrazia cristiana ma facemmo allegare, però, al Patto di Roma, una dichiarazione nella quale rivendicavamo la libertà di preparare i nostri lavoratori alla vita sindacale in libere associazioni che integrassero il sindacalismo unitario”.

Grandi si riferisce alla dichiarazione della corrente democratico-cristiana in cui tra l’altro è scritto appunto che “l’esistenza del sindacato unitario non esclude che i lavoratori si organizzino in associazioni libere e private per scopi educativi, politici, assistenziali, ricreativi ed in altre opere di carattere cooperativo e professionale”.

L’esigenza di un’organizzazione che “formasse solidamente nella dottrina sociale cristiana” i lavoratori era nata fin dai tempi delle prime trattative clandestine fra le tre correnti cristiana, comunista e socialista per la firma del Patto di unità sindacale.

Come conferma monsignor Luigi Civardi, il primo assistente ecclesiastico delle Acli, “l’idea (…), non il nome, nacque nella mente e nel cuore di Achille Grandi insieme con l’idea dell’unità sindacale e ne fu una conseguenza”.

Il nome

Il nome “Acli” invece viene coniato da Vittorino Veronese. Le quattro lettere che formano l’acronimo significano appunto “Associazioni cristiane dei lavoratori italiani”.

La prima lettera, la “A”, ha un significato plurale e non singolare come invece vorrebbe una vulgata popolare. Perché questo plurale? Perché lo statuto prevede che, sotto la bandiera della nuova organizzazione, vi sia una pluralità di forme associative: circoli, nuclei aziendali, società cooperative, sportive, teatrali, associazioni di categoria. In sintesi “le” Acli.

Il secondo elemento è la lettera “C”, da leggere non come “cattoliche” ma “cristiane”. Una scelta anomala che rinvia alle esperienze di Paesi come la Germania e il Belgio dove le associazioni operaie si chiamano già “cristiane” e non “cattoliche”, perché quelle società erano pluriconfessionali. Tale scelta viene approvata da Pio XII che, essendo stato Nunzio apostolico della Santa Sede in Germania, comprende la necessità di un’identità capace di unire e non di dividere.

La terza lettera, la “L”, significa lavoratori, cioè, quell’universo di persone che sono la ragione per cui le Acli sono nate. Lavoratori della terra e dell’industria, braccianti e operai insieme. Quando nella storia aclista si parla della “fedeltà al lavoro”, si fa riferimento appunto a questo vincolo identitario.

Infine, la lettera “I” che significa italiani. Oggi questa “I” potrebbe anche essere letta come “internazionali” sia perché hanno accompagnato tanti nostri connazionali emigrati in cerca di lavoro, sia perché – più recentemente – hanno sentito l’urgenza di rendersi presenti laddove povertà e conflitti sono fonte di ingiustizia e di disperazione.

La prima uscita e il “battesimo”

La prima uscita pubblica delle Acli si ha con un convegno cui partecipano rappresentanti di diverse regioni del Mezzogiorno liberato, svoltosi a Roma nei giorni 26/28 agosto 1944, nel convento di S. Maria sopra Minerva.

In quell’occasione viene eletta una commissione centrale provvisoria presieduta da Achille Grandi: nascono come una organizzazione autonoma e democratica e per prime costituiscono una presenza cristiana organizzata nel mondo del lavoro.

L’investitura ufficiale da parte della Chiesa avviene l’11 marzo 1945 quando, al termine del loro primo convegno nazionale – Per una maggiore e più consapevole partecipazione dei cattolici alla vita sindacale – in cui sono presenti solo le province liberate, Pio XII le riceve in udienza e le definisce «cellule dell’apostolato cristiano moderno».

È dunque per questo motivo che la festa del primo decennale viene pensata e organizzata nel 1955. E per questo motivo nel 2015 le Acli hanno festeggiato i loro 70 anni di vita.

Il simbolo

Come per ogni organizzazione che si presenta pubblicamente per la prima volta, anche per le Acli divenne importante darsi una identità propria anche attraverso un simbolo, un”immagine in cui riconoscersi.

La scelta punta a mettere in primo piano un insieme di segni che apparivano raccolti all’in- terno di un cerchio, sotto il quale era scritto l’acronimo Acli. Dentro il cerchio figuravano: la Croce, il libro, la spiga e la vanga, e l’incudine. Complessivamente essi indi cavano l’appartenenza alla Chiesa, il valore della cultura e la centralità del lavoro agricolo e industriale.

La Croce. La visibile presenza della Croce nel simbolo delle Acli è la traduzione iconica della loro originaria identità e della conseguente fedeltà alla Chiesa.

Il libro. A sinistra della Croce, il simbolo delle Acli presenta il libro, che sta a indicare non tanto la Sacra Scrittura quanto uno strumento di alfabetizzazione e di cultura. Le Acli, infatti, sono nate per istruire i lavoratori alla Dottrina sociale della Chiesa e per formare in essi una matura coscienza cristiana. Nel periodo in cui nascono le Acli, il dramma dell’analfabetismo è ancora diffuso nel nostro Paese e la scuola media obbligatoria ancora non esiste.

La spiga e la vanga. La spiga di grano ha un grande potere di suggestione e di evocazione anche religiosa. La vanga è lo strumento agricolo che il contadino stringe nelle proprie mani e che è munito di una staffa su cui fa pressione con un piede per affondare sul terreno duro.

L’incudine. La presenza dell’incudine sta a indicare il mondo dell’artigianato e dell’industria, in una parola, degli operai. Al livello immaginario l’incudine è spesso associata ad un martello e ad un tornio, comunque ad attrezzature proto-industriali. Agricoltura, artigianato, industria e libero impiego: tutti questi universi lavorativi sono richiamati nel simbolo (plurale) delle Acli.

I primi passi

Nei primi mesi di vita delle Acli si sviluppa un forte dibattito con la Democrazia cristiana e i sindacalisti cristiani per la direzione della Corrente sindacale cristiana. È in questo contesto che Achille Grandi (febbraio 1945) lascia la presidenza delle Acli per dedicarsi interamente all’impegno nel sindacato unitario.

Gli succede Ferdinando Storchi, proveniente dall’Azione cattolica e sostenitore della funzione pre-sindacale delle Acli, sancita poi dal primo congresso nazionale (Roma, 25-28 settembre 1946). L’articolo 1 dello Statuto definisce il movimento come “espressione della corrente cristiana in campo sindacale”.

In una tradizione che si ripeterà per molti anni, il Papa incontra a Castel Gandolfo i partecipanti al Congresso appena concluso, il 29 settembre 1946. Pio XII nel suo discorso offre la sua benedizione alle Acli e le chiama a una triplice promessa di fedeltà: uno schema che dopo pochi anni, come vedremo, verrà ripreso (e re-interpretato) dal presidente Penazzato. Fedeltà a Dio, perché “voi potete e dovete essere (…) il lievito, che penetri nelle masse lavoratrici per trasformarle e vivificarle secondo il pensiero e le virtù cristiane”; alla Chiesa che “non inganna e non delude l’aspettazione del popolo”; e alla Patria che “ha bisogno della cooperazione di quanti sono buoni, onesti, volenterosi, capaci, anche se vengono da campi politici diversi”.

La diffusione territoriale e la nascita dei servizi

Fin dall’inizio, le Acli si configurano come un movimento atipico in ambito cattolico: una presenza cristiana nel mondo del lavoro, sorta sotto gli auspici della gerarchia cattolica – che concede un “assistente” nella figura di monsignor Luigi Civardi – ma con la particolarità di una struttura organizzativa autonoma e democratica.

I tesserati dichiarati nel 1947 sono oltre mezzo milione, presenti e organizzati in tutte le province. Riporta Pasini però che “già alla fine del 1945 si può constatare la presenza di un’organizzazione territoriale capillare costituita da circoli, comitati provinciali e organi centrali (…). Il circolo è, fin dall’inizio, il centro di convergenza dei lavoratori e delle relative organizzazioni specializzate di un dato territorio (comune, rione, parrocchia) (…). Nel settembre 1945 i circoli sono 250. Con l’innesto del Nord aumentarono rapidamente e già all’inizio del 1946 se ne contano 1.846, per salire nel 1947 a 3.690 e nel 1948 a 4.825. I dirigenti dei circoli, per lo più lavoratori e popolani, gente molto pratica, compresero che si potevano attirare i lavoratori solo facilitando i loro problemi concreti. Così ben presto i circoli si trasformarono in centri propulsori delle attività più disparate (…)”.

Il movimento per esempio viene autorizzato a gestire la cosiddetta “mescita per le bevande alcoliche”, che contribuirà in modo rilevante alla diffusione dei circoli nelle realtà sociali locali.

Ma la prima forma di servizio con cui le Acli si rendono visibili sul territorio e tra la gente è quella del Patronato, che si costituisce per opera di Giulio Pastore, primo segretario delle Acli, “quale organo delle Associazioni cristiane lavoratori italiani, per i servizi sociali dei lavoratori” (dall’atto costitutivo del 3 aprile 1945). Il Patronato Acli viene poi riconosciuto dal Governo italiano nel dicembre del 1947.

Si sviluppano anche altri servizi e l’informazione interna: in particolare, il 23 gennaio del 1949 viene fondato il settimanale Azione sociale. Nascono varie specializzazioni, in primo luogo il movimento femminile: la prima delegata centrale è Maria Federici e il I Congresso nazionale femminile delle Acli si tiene ad Assisi dal 16 al 19 luglio 1949. Per la rottura di un accordo di collaborazione con la Gioventù italiana operaia cattolica (Gioc), che dal 1946 era “inquadrata” dentro le Acli, si costituisce nel 1949 anche Gioventù aclista. Il 12 maggio 1947 la presidenza centrale delle Acli annuncia di voler organizzare un proprio movimento degli agricoltori che chiamerà Acli Terra, proprio alla vigilia della grande riforma agraria del 1948. Inoltre, sin dai primi anni dalla loro nascita, le Acli sono emigrate insieme ai lavoratori italiani, radicandosi in quei Paesi dove i nostri connazionali si recavano in cerca di lavoro: Francia, Svizzera, Belgio, Germania.

La fine dell’unità sindacale

Nel frattempo cresce la difficoltà e la polemica tra le correnti del sindacato unitario e si intensificano in ambito cattolico le spinte verso la rottura dell’unità sindacale. Forti in questo senso anche le parole che Pio XII indirizza alle Acli nel discorso pronunciato il 29 giugno 1948: “Se la forma presente del Sindacato venisse a mettere in pericolo il vero scopo del movimento dei lavoratori, allora le «Acli» non verrebbero certamente meno a quel dovere di vigilanza e di azione, che la gravità del caso richiedesse”.

Dopo l’attentato alla vita di Palmiro Togliatti del 14 luglio e lo sciopero generale proclamato dalla Cgil, la corrente sindacale cristiana e le Acli sono ormai pronte a decretare la scissione che è nell’aria da tempo.

Il congresso straordinario del 15-18 settembre 1948 dà il via libera alla costituzione di una nuova esperienza sindacale che si sviluppa, sotto l’impulso di Giulio Pastore, su principi di indipendenza e non confessionalità: la Libera Cgil, che dal 1950 assume il nome di Cisl.

Le Acli, alla cui guida viene confermato Storchi, si danno la nuova definizione statutaria di “movimento sociale dei lavoratori cristiani”.

La crisi di identità

Gli anni 1948-1950 sono un periodo di grave crisi di identità per il movimento aclista: persa l’investitura sindacale, “dissanguata” l’organizzazione di moltissimi quadri dirigenti e militanti a favore del nuovo sindacato, si nutrono molte incertezze all’esterno e all’interno delle Acli sulla continuità di quell’esperienza.

È una lettera di Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI – allora sostituto alla segreteria di Stato – scritta il 15 settembre 1949 per volontà di Pio XII che, ribadendo l’indiscutibile opportunità della permanenza e della missione delle Acli, offre al movimento una nuova investitura e la forza di riproporsi come “corpo rappresentativo” di tutti i lavoratori cristiani, “guida e orientamento” per la loro promozione.

La ripresa e l’autonoma adesione al movimento operaio

Al III congresso nazionale (Roma, 3-5 novembre 1950) il presidente Storchi può presentare un movimento quantitativamente in ripresa: circoli, corsi professionali, stampa, varie attività creative e sociali.

In quel frangente, in particolare, il presidente Storchi può parlare di “lieta sorpresa”, nel constatare come le Acli abbiano assunto un ruolo crescente nel settore dell’istruzione professionale. Un ruolo non esplicitato espressamente nel primo statuto ma dato dalla loro naturale vocazione formativa. L’Enaip (Ente nazionale Acli per l’istruzione professionale), con statuto proprio, viene poi costituito il 16 novembre 1951 e dieci anni dopo arriverà anche il riconoscimento giuridico.

Il III congresso approva un programma sociale “per una società cristianamente fondata sul lavoro” e “un metodo di presenza aclista” che guiderà le Acli per lunghi anni: un’azione diretta “a titolo di movimento” e un’azione indiretta degli aclisti inseriti nelle strutture sociali, primo luogo il partito e il sindacato.

Nei primi anni Cinquanta, il movimento unisce il proprio impegno sul territorio a un vasto moto di ripensamento che condurrà alla elaborazione di una “ideologia della seconda incarnazione delle Acli”, da allora punto di  riferimento ideale, culturale e politico dell’associazione. Si tratta della “scoperta” del movimento operaio e del proprio esserne parte essenziale, elemento costitutivo.

In questa fase, nel giugno del 1952 si organizzano anche le lavoratrici domestiche acliste, che si radunano a Roma per il I Congresso nazionale. Ma già dal 1945 il tema del lavoro domestico era al centro delle preoccupazioni delle Acli.

Il primo Incontro di studi e l’uscita di Storchi

Durante il primo “Incontro nazionale di studio“ (Perugia, 1-5 agosto 1952), Dino Penazzato – in questi anni vicepresidente – presenta una concezione “complessa” del movimento operaio come associazione dalle molteplici forme non riducibile a nessuna delle sue particolari espressioni, ma identificabile con l’intera “classe lavoratrice” nel suo movimento di “espansione” e  di “elevazione”. Le Acli si inseriscono perfettamente in questa visione dinamica come “moto autonomo” dei lavoratori cristiani che opera «in tutti quegli ambienti, in tutti quei settori, in tutte quelle forme e con tutti quegli strumenti, dove e con i quali sia necessario operare per la causa dei lavoratori».

Il IV congresso delle Acli (Napoli 1-3 novembre 1953) unisce a un bilancio alto dei risultati – sia organizzativi che elettorali per il grande numero di parlamentari aclisti eletti nelle liste Dc – un’ampia piattaforma di riforme sociali da attuare al più presto per rispondere alle “attese della classe lavoratrice”, come indica il tema prescelto.

All’inizio del 1954 un’operazione finanziaria sbagliata, porta però seri problemi economici al movimento.

Si tratta dell’acquisto di una grossa quantità di giacche e cappotti Marzotto da vendere nei circoli Acli. L’impresa, messa in piedi dall’amministratore dell’associazione senza nemmeno una informativa alla Presidenza, risulta però fallimentare perché quei cappotti rimangono in gran parte invenduti. Con la scoperta del pasticcio vengono anche alla luce consistenti ammanchi di cassa, sempre a opera dello stesso amministratore.

Il presidente nazionale Storchi, molto provato dalla vicenda, chiede un periodo di riposo. L’intervento determinante di monsignor Montini rimedia al possibile danno e conduce al cambio di presidenza.

1955 - 1964 | Il consolidamento delle Acli e l'esplosione degli anni '60

A seguito delle dimissioni del presidente Storchi, il 4 aprile 1954 viene eletto alla guida delle Acli, Dino Penazzato.

Vicentino, classe 1913, Penazzato ha due coordinate di riferimento: l’unità partitica dei cattolici e l’anticomunismo. Al momento dell’elezione è già deputato per la Democrazia cristiana.

La sua linea di attenzione alla Dc favorisce l’esplicitazione del “collateralismo”.
Non si tratta di una scelta di opportunismo ma della volontà di valorizzare nel partito “una progrediente dinamica sociale”, come testimonia il sostegno allo “Schema Vanoni”, discusso al congresso di Napoli, che individua le linee di politica economica per risolvere i problemi più urgenti del dopoguerra.

Le Acli delle “tre fedeltà”

Il primo decennio della vita delle Acli viene celebrato con l’immenso raduno in Piazza del Popolo a Roma del 1° maggio 1955, solennizzato dalla grande udienza e dal forte discorso di Pio XII che per l’occasione istituisce la festa liturgica di San Giuseppe Artigiano, anche se le aspettative degli aclisti sul titolo della festa erano diverse.

Ben 37 vescovi accompagnano il corteo delle Acli in Piazza S. Pietro e, tra loro, l’arcivescovo di Milano, monsignor Montini. Gli aclisti offrono come dono al Papa i frutti della terra e del lavoro dell’uomo, compresi gli strumenti industriali: dall’aratro alla lampada dei minatori, dalla barca al trattore.

Si tratta di una vera e propria “presa di possesso” di quella ricorrenza tradizionalmente socialista da parte del movimento cristiano dei lavoratori.

In quell’occasione Penazzato pronuncia il famoso “discorso delle tre fedeltà”.

L’elaborazione aclista continua nel V congresso del 1955 che si tiene a Bologna dal 4 al 6 novembre con un titolo significativo e ambizioso: Un grande movimento operaio cristiano, guida della classe lavoratriceForza sostitutiva del mito marxista.

Le Acli iniziano così a esprimere quella vocazione egemonica sull’intero movimento operaio che giungerà a maturazione negli anni Sessanta. La vasta eco che suscita nella stampa, con le prime polemiche e preoccupazioni di quella moderata – in particolare quelle di Luigi Sturzo, di Confindustria e del liberale Panfilo Gentile, notista politico del Corriere della sera – sono un segno della direzione intrapresa.

Intanto, dopo la grande celebrazione del primo decennale, nel 1956 si tiene a Milano la festa del 1° maggio internazionale dei lavoratori.

In quell’occasione Pio XII rivolge agli aclisti riuniti un radiomessaggio, in cui ricorda la “imponente accolta romana dello scorso anno” e li invita a mantenere “intatto e saldo questo fondamento religioso cristiano delle vostre Acli, nella certezza che nessuno sviluppo storico del movimento operaio potrà distruggere la loro ragione d’essere, né la loro unità, né il loro diritto di espansione”.

Poi da Milano, parte in elicottero una statua di Cristo Lavoratore, immagine che ispirerà anche una breve sequenza del film La dolce vita di Fellini.

La statua arriva sul sagrato della basilica di San Pietro, accolta proprio da Pio XII.

Intanto, sempre nel 1956, di fronte alla grave crisi del comunismo e all’emergere di fermenti autonomistici nel Partito socialista italiano, le Acli rafforzano la proposta di un “proprio”, diverso, anticomunismo.

In questo senso va letto il pronunciamento, dopo le elezioni amministrative del 1956, a favore dell’“allargamento della base democratica”, primo dichiarato segnale di attenzione all’elettorato di sinistra.

Con i migranti: la tragedia “aclista” di Marcinelle

L’Italia, sin dal dopoguerra, vive due emergenze drammatiche: carenza di fonti energetiche e disoccupazione di massa.

Nel 1946 il governo italiano aveva firmato un accordo energetico bilaterale con il Belgio, ricordato come “Accordo minatori-carbone” o “uomo-carbone”.

Il Belgio assicurava all’Italia grandi quantità di materia prima, indispensabile per rimettere in moto la produzione industriale, in cambio di 50 mila minatori.

Così, migliaia di disoccupati del nostro paese partirono alla volta di numerose città belghe per scendere a lavorare nelle miniere.

E le Acli erano con loro, attive e presenti tra i lavoratori con la propria organizzazione e i propri servizi, così come in tutti gli atri Paesi di emigrazione, in Europa come in Sud America.

La tragedia di Marcinelle dell’8 agosto del 1956 in cui muoiono centinaia di minatori italiani mostra al mondo questa realtà: le Acli si attivano subito concretamente nella solidarietà e rafforzano il loro impegno per i diritti e la dignità dei lavoratori. I fatti di Marcinelle sono ancora oggi è vivissimi nella memoria associativa.

Sulla scorta dell’esperienza con i migranti, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, forte è anche l’impegno dell’associazione nel guidare tanti italiani attraverso il delicato passaggio storico dalla società rurale a quella industriale.

Il Congresso di Firenze e il “Requiem” per la morte di Di Vittorio

Negli anni successivi prosegue la riflessione sulla necessità di un “inserimento” dei lavoratori “nella corresponsabilità e nello sviluppo dello Stato democratico“.

Per favorire tale corresponsabilità – parola sostituita da “partecipazione” per intervento diretto di Pio XII – si cerca “il massimo di unità tra i lavoratori”.

In tal modo si pronuncia il congresso nazionale di Firenze che si tiene dal primo al 4 novembre del 1957. Si chiude la polemica con la Cisl, in particolare sulla sua tendenza a divenire “movimento operaio completo”, e viene promossa una linea di più incisivo e visibile impegno aclista nel partito cristiano.

Il congresso di Firenze è ricordato anche per un episodio particolare e significativo in quel momento storico e politico.

È il pomeriggio del 3 novembre 1957, domenica, al teatro Centrale di Firenze. All’improvviso la platea nota una strana agitazione. Giuseppe Rapelli parla concitatamente con Penazzato. Penazzato si alza, va alla tribuna: «Oggi, a Lecco, è venuto improvvisamente a mancare il segretario generale della Cgil, Giuseppe Di Vittorio. La notizia della morte di Di Vittorio colpisce profondamente il nostro animo e particolarmente quello di molti di noi che lo hanno conosciuto in questa sala al Congresso della Cgil del 1947. Eleviamo un pensiero fraterno e cristiano alla memoria di questo combattente sincero e generoso».

A questo punto si alza monsignor Santo Quadri, l’assistente ecclesiastico, e intona un Requiem e tutto il Congresso risponde e lo segue.

L’episodio del Requiem per Di Vittorio è entrato nella tradizione orale delle Acli: quel pensiero “fraterno e cristiano” e la preghiera per un avversario politico, per di più comunista, sono un anticipo di distensione in clima di guerra fredda e di perdurante scomunica.

L’inno delle Acli

Le Acli vogliono i lavoratori cristiani sempre più protagonisti della vita pubblica e politica e intendono farsene animatrici.

Con questo spirito, nel 1958, viene scritto e pubblicato l’“Inno dei lavoratori cristiani” comunemente considerato come “Inno delle Acli”.
L’autore della musica è Andrea Pirazzini, mentre le parole sono di Ugo Cavalieri.

Verso il ciel alto e possente / s’alza il canto del lavor; / a raccolta chiama e accende / la speranza in ogni cuor. / Una lotta lunga e dura / segnò il nostro progredir / or noi siam sicura forza / che va incontro all’avvenir.

Alzate al ciel con impeto il vessil / per salutare questo nuovo dì: / sicura guida / al fulgido ideal / di pace e di lavor / è Cristo Redentor! (2v)

L’ora attesa del riscatto / premiò il nostro confidar / non più servi all’officina, / non più tristi al focolar / Dalla fede che rinasce / di giustizia nel fulgor, / dall’oprar concorde e puro, sorge il mondo del lavor

Alzate al ciel con impeto il vessil / per salutare questo nuovo dì / sicura via al fulgido ideal / di pace e di lavor / è Cristo redentor!

La “seconda crisi”

Nel 1958, intorno alla questione dell’incompatibilità, scoppia la “seconda crisi” delle Acli.

Il tentativo da parte di sindacalisti della Cisl e di esponenti aclisti di dar vita alla corrente di “Rinnovamento”, di cui Penazzato appare come promotore, scatena la durissima reazione della stampa di destra, cattolica e laica. “Rinnovamento democratico” intendeva portare nella Dc la presenza dei lavoratori, smarcandosi dalle due altre correnti già organiche nel partito: la cosiddetta “sinistra concreta” e la “sinistra di base”.

Tra le critiche si ricorda in particolare la polemica con Gianni Baget Bozzo e l’Azione cattolica di Luigi Gedda. Preoccupa la “politicizzazione” delle Acli e viene avanzata l’accusa di aver creato “un partito classista” dentro la Democrazia cristiana.

Il 30 novembre 1959, il cardinale Siri, nella sua veste di presidente della Cei, manda una lettera all’assistente ecclesiastico centrale delle Acli, monsignor Quadri, a proposito di alcune “alcune richieste e norme” della gerarchia.

La lettera stabilisce precisi limiti al ruolo delle Acli e si può sintetizzare in quattro punti.

  1. l’incompatibilità tra la direzione delle Acli e il mandato parlamentare;
  2. un regolamento sulla funzione dell’assistente ecclesiastico, una attenzione particolare alla sua formazione e la garanzia che un movimento che fa capo alla Chiesa non potrà mai per statuto allontanarsi dalla sua dottrina;
  3. la raccomandazione di «vigilare ed eventualmente correggere» le espressioni del movimento che possano correre il pericolo di «accostarsi al linguaggio di ambienti ispirati a dottrine classiste e a ideologie eterodosse»;
  4.  la riaffermazione che le Acli «non sono né un partito politico, né una corrente di partito, né possono confondersi con una corrente di partito, né prestare la propria struttura ad una corrente».

La lettera giunge non casualmente in vista del congresso nazionale di Milano che si svolge dal 6 all’8 dicembre 1959. Da notare che il limite dell’incompatibilità non viene indicato per altre organizzazione cattoliche, come i coltivatori diretti del Cif e i maestri dell’Aimc, i cui presidenti sono deputati.

Il congresso si divide sulla risposta da dare e accoglie, infine, l’incompatibilità, ma ammette una possibilità di “deroga” che permetta a Penazzato di mantenere l’incarico il tempo necessario a un passaggio di consegne “non traumatico”.

Le dimissioni di Penazzato e la presidenza “di transizione” di Ugo Piazzi

Nella prima riunione del Consiglio nazionale, il 3 gennaio 1960, Penazzato pone la propria candidatura a presidente chiedendo per sé l’applicazione della discussa deroga congressuale.

Ma gli si contrappone proprio Livio Labor che, a Milano, aveva sostenuto  la scelta dell’incompatibilità senza deroghe. Vince Penazzato con 36 voti contro i 24 di Labor che rifiuta di rientrare in presidenza. La gerarchia della Chiesa disapprova l’operato di Penazzato che si vede costretto, di lì a poco, a dare le dimissioni.

Nel Consiglio nazionale del 10 aprile 1960 si vota di nuovo. Un Consiglio drammaticamente spaccato tra con due nuovi candidati: i “compatibilisti” sostenitori di Ugo Piazzi e gli “incompatibilisti” sostenitori di Vittorio Pozzar. Il primo ottiene una strettissima maggioranza: alla conta prevale Piazzi con 32 voti su Pozzar, 31 voti. Per sanare la frattura, viene proposto al Consiglio nazionale di eleggere Livio Labor come vicepresidente proprio al posto del neo presidente. Ma la maggioranza, rappresentata in quell’occasione dall’intervento di Giovanni Bersani, rivendica per sé la scelta.

Ugo Piazzi, romano classe 1912, vicepresidente da tre mesi e già responsabile del settore sindacale dell’ufficio studi, diventa così il quarto presidente della storia delle Acli.

È l’inizio di una presidenza considerata di “transizione”, anche per la sua brevissima durata: appena un anno e mezzo. Piazzi dà però all’associazione in quel breve periodo una forte impronta sociale, con particolare attenzione ai problemi delle periferie, all’orario di lavoro e alla famiglia, agli enti locali, ai bilanci e ai consumi familiari, alle cooperative di consumo: «un bagno nella realtà», secondo le parole dello stesso Piazzi.

E dà vita a iniziative di rilievo, come la celebrazione del settantesimo anniversario della Rerum Novarum, con l’udienza di Giovanni XXIII che in quell’occasione annuncia l’uscita dell’enciclica Mater et Magistra.

La sua presidenza non riesce tuttavia ad esprimere posizioni politiche incisive, in un momento delicato e di tensione sociale nel Paese. Emblematico l’atteggiamento neutrale tenuto nei confronti del governo del Dc Tambroni, appoggiato dai voti determinanti del Msi.

La novità della rivista Moc

Nel frattempo, conseguenza diretta della frattura del Congresso di Milano e nonostante la sconfitta al successivo Consiglio nazionale, nasce la corrente “Moc” (Movimento operaio cristiano), che fa capo a Livio Labor.

Il Moc non solo svolge una critica puntigliosa su atti e comportamenti del gruppo dirigente, ma sviluppa un lavoro di proposta culturale e di indicazioni di rilancio del movimento.

Con la corrente, nasce anche il periodico Idee, problemi, dibattiti nel movimento operaio cristiano, più comunemente conosciuta appunto come Moc.. L’iniziativa è del tutto inedita nell’esperienza delle Acli.

Infatti, per la prima volta dalla loro fondazione, esce un periodico al di fuori degli organi ufficiali dell’associazione.

Labor presidente: il “nuovo corso” delle Acli “vulcaniche”

Livio Labor, attraverso la rivista Moc, elabora e approfondisce così una visione “forte” delle Acli come «gruppo di influenza ideologica e culturale e di coerente e autonoma pressione sociale», capace di lavorare in proprio, «privilegiando l’azione sociale diretta a titolo di movimento».

È la linea che si afferma al congresso di Bari che si tiene dall’8 al 10 dicembre 1961, in seguito al quale Labor viene eletto presidente delle Acli.

La vittoria anche stavolta non è schiacciante: 33 consiglieri nazionali eletti contro 28 della parte antagonista, quella di Ugo Piazzi, presidente uscente. Nonostante tentativi di costruire in modo unitario la nuova direzione nazionale, alla fine questa viene eletta con i soli voti della maggioranza.

Livio Labor è nato nel 1918 da genitori triestini a Leopoli, in Polonia. È figlio del futuro Servo di Dio, Marcello Labor, e riceve in famiglia e nella compagnia di San Paolo una formazione cristiana particolarmente viva. Studia a Pola e, laureatosi in filosofia all’Università Cat­tolica di Milano, arriva a Roma e si occupa di problemi sindacali all’Icas, l’Istituto cattolico di attività sociali. Torna poi a Milano, dove inizia il suo impegno nelle Acli.

Con Labor parte così un “nuovo corso. Strumento essenziale diventa la formazione, che fin dai primi anni Sessanta riceve un enorme impulso sia a livello nazionale che locale. Già dal 1958 è aperta una “scuola centrale” per la creazione della “nuova classe dirigente” delle Acli, mentre gli incontri estivi di studio diventano ora preziosi momenti di elaborazione “sulle trasformazioni della società italiana”. Scrive Labor nel 1963: «… Il nostro fine essenziale non è una generica elevazione di classe o di gruppo, ma la formazione di un tipo di militante e di dirigente capace di essere testimone e guida; di salvarsi salvando e di servire guidando altri lavoratori…».

Sul fronte esterno, per affermare la propria presenza nel mondo del lavoro e nella società, le Acli fanno ricorso a tutti i mezzi a disposizione, che vengono utilizzati anche con criteri avanzati per i tempi. Grande importanza hanno infatti i mezzi di comunicazione di massa, come giornali, opuscoli, manifesti l’organizzazione di raduni e manifestazioni pubbliche.

Con questa sensibilità e prospettiva nel 1963, si registra la nascita dell’Unione sportiva Acli, che poi si costituirà ufficialmente solo nel 1986. Le Acli infatti avevano già al loro attivo numerose iniziative, quali: “la leva di corsa campestre”, “la leva nazionale di sci”, il “campionato di bocce”.

Sin dalle origini, la storia dell’Us Acli è caratterizzata dal termine “sociale” per esprimere le finalità con cui lo sport veniva assunto e promosso nell’associazione.

I “fantastici” anni ’60 e il respiro internazionale delle Acli

Questa esplosione culturale e di comunicazione coincide con il grande fermento degli anni ’60, che genera diffuse attese sociali, grazie anche a un insieme di singolari protagonisti che sanno testimoniare la speranza: tra questi, Giorgio La Pira e papa Giovanni XXIII, “il Papa di transizione” che le Acli avevano incontrato nel 1959 alla vigilia di questa fase.

Per le Acli, come per tutti i movimenti ecclesiali, le scelte che matureranno in questi che sono anche gli anni del Concilio Vaticano II, grande intuizione di papa Roncalli portata a termine da Paolo VI nel 1965, rappresentano un importante avvenimento di rigenerazione.

Sono allo stesso tempo anche gli anni in cui si realizza definitivamente quello che Piero Pratesi definirà, qualche tempo dopo, lo “scandalo delle Acli”: non sono Azione cattolica ma hanno un’influenza ecclesiale; non sono sindacato ma condizionano il sindacato; non sono partito ma “fanno politica”, in un rapporto sempre più dialettico con la Dc.

Proprio di quegli anni, nonostante il tentativo di Labor di sviluppare una strategia comune, è la forte rigidità verso le Acli della Dc dell’antico aclista vicentino, Mariano Rumor. Rumor, se da un lato mai suggerisce apertamente un intervento ecclesiastico radicale, dall’altro soffia sugli elementi che alimentano la critica.

Si ricorda un episodio che fa comprendere il clima di quel periodo e anche la forte personalità di Labor. Durante l’udienza concessa, come da tradizione, da papa Giovanni XXIII alla nuova presidenza delle Acli, nel gennaio del 1962, il presidente delle Acli fa una domanda impertinente al Pontefice: “Che ne pensa, Santità, del recente congresso della Dc dove si è votato per il centro sinistra?”.

Proprio Giovanni XXIII, nel 1963, pubblica la Pacem in Terris, la sua enciclica-testamento. Rappresenta per le Acli il manifesto della storia conciliare e un “punto di non ritorno” per la scelta della pace in un mondo che cambia. Tra l’altro il Papa firma l’enciclica con la penna donataGli dagli aclisti due anni prima, in occasione della pubblicazione della Mater et magistra, segno anche di un ruolo molto forte delle Acli nella maturazione del testo. In sintonia con il messaggio giovanneo, il movimento aclista, a livello nazionale e locale, realizza innumerevoli iniziative per promuovere la cultura della pace.

L’affetto di Giovanni XXIII è testimoniato anche nelle sue ultime parole. La sera del 3 giugno 1963, dopo una lunga agonia, prima di tornare alla casa del Padre, pronuncia parole significative: «Benedico la Chiesa, il sacro collegio, tutti i fedeli e specialmente i bambini, gli ammalati, le Acli e le associazioni cristiane dei lavoratori di tutto il mondo».

Il riformismo e la “pianificazione democratica”

Intanto, prima della morte di Dino Penazzato, a soli 49 anni, sembra ricomporsi la frattura interna al movimento e sopratutto quella personale tra i due vecchi avversari. Il presidente Labor integra nella dirigenza esponenti della minoranza e favorisce così il consolidamento del nuovo corso.

Eredi della tradizione cattolico-sociale, le Acli di Livio Labor prefigurano uno scenario di grande riformismo sociale – a cui dovrebbero collaborare anche la Dc e Cisl – che pone al primo posto la “pianificazione democratica”, insieme all’ordinamento regionale e allo sviluppo della scuola.

Questa linea si afferma con grande successo al congresso che si tiene dal 19 al 22 dicembre 1963 a Roma, sul tema “Il movimento operaio cristiano nella nuova realtà sociale italiana”. A quel congresso interviene anche Aldo Moro, da poco presidente del primo governo di centrosinistra.

L’udienza ai congressisti di Paolo VI, da poco succeduto a Giovanni XXIII, e le parole di stima e di affetto che rivolge loro, costituiscono una indubbia attestazione di credito per il mondo cattolico diffidente. Papa Montini propone una riflessione su un  tema parallelo a quello del Congresso, «Il movimento operaio cristiano nella realtà della vita cattolica italiana». Facendo memoria dei motivi e delle condizioni della nascita delle Acli, papa Montini sottolinea il “loro posto originale, non solo nella vita della società italiana, ma anche in quella organizzativa cattolica”. Rispondendo a chi si chiede cosa siano le Acli Paolo VI sintetizza così le sue tre funzioni: “la testimonianza religiosa nel campo sociale”, “la formazione della coscienza e della cultura cristiana, appropriata alle classi lavoratrici”; e infine “la promozione dei legittimi interessi delle categorie lavoratrici”.

La coscienza internazionale e il Fondo di solidarietà

Anche sotto la spinta della Pacem in terris, si amplia in questa fase la coscienza internazionale delle Acli che si manifesta in molteplici occasioni: dalle prese di posizione sui temi della fame e degli armamenti, a quelle successive sulla guerra del Vietnam e alla primavera di Praga.

In occasione del ventennale delle Acli, il Consiglio nazionale del 27 novembre 1964 dichiara permanente il Fondo di solidarietà internazionale delle Acli – istituito in occasione del 1° maggio 1964 e già presente in diversi circoli – per “rendere più forti i movimenti operai cristiani di tutto il mondo; per più efficacemente combattere nel nome cristiano; per far avanzare la causa comune dei lavoratori nella pace, nella libertà”.

L’iniziativa ha inoltre come fine – sono parole di Livio Labor – di «contribuire ad allargare il dibattito sui problemi del sottosviluppo, della giustizia e della pace. Ne verrà allo stesso tempo uno stimolo ed un conforto all’azione che il nostro Paese conduce, e ancor più decisamente deve condurre, nell’ambito delle Nazioni Unite e nelle altre sedi internazionali».

È con questo ampliamento di sguardo e di attenzione che le Acli, insieme al resto del Paese, entrano nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70: la fase più nota e più conflittuale della loro storia associativa.

1965 - 1974 | Libertà di voto e "ipotesi socialista": i frutti e il prezzo dell'autonomia delle Acli

Mentre si assiste all’involuzione del centro-sinistra, nei convegni estivi di studio delle Acli, a Vallombrosa, si analizzano senza pregiudizi le trasformazioni del comunismo italiano, si inizia a sostenere apertamente l’unità sindacale e si rilancia la pianificazione democratica. Su questi temi sorgono le prime significative divergenze sia con il sindacato che con la Dc che emergeranno al congresso di Roma (3-6 novembre 1966).

È il congresso della partecipazione dei lavoratori alla società democratica, impedita dai “canali intasati”, da riattivare attraverso pianificazione e riforme. È anche il congresso del “ruolo vulcanico” delle Acli che, nutrite di“cristiana libertà”, “coraggio”, “coerente capacità anticipatrice” sentono di poter dialogare con tutti i lavoratori.

Tra l’altro è il congresso della prima donna a diventare vicepresidente delle Acli,Maria Fortunato. Per la prima volta i consiglieri nazionali donne entrano nel consiglio nazionale con voti proporzionalmente pari a quelli degli uomini. Livio Labor viene eletto primo nella lista maschile con 484.300 voti; Maria Fortunato viene eletta prima in quella femminile con 462.000 voti. È l’esito fisiologico del percorso del movimento femminile delle Acli con la presidenza Labor: una profonda revisione che lo porta ad affermare il principio dell’integrazione e cioè, l’esigenza di una più larga ed impegnata presenza delle lavoratrici nel movimento.

La libertà di voto e la revisione dei rapporti col Sud del mondo

Le scelte e le proposte del congresso di Roma si approfondiscono negli anni che seguono, anche sollecitate dalle riflessioni sul Concilio vaticano II, da una parte, dalle lotte operaie e giovanili del 1968 dall’altra.

Si inizia a parlare di “libertà di voto per i cattolici” e si continua l’impegno, sempre più contrastato dai vertici sindacali, sulla linea dell’autonomia e dell’unità. Tra le incomprensioni e le polemiche si prospetta – sulla base della lettura dellaPopulorum Progressio – una “revisione radicale” dei rapporti tra società sviluppate e paesi in via di sviluppo.

Infatti, alla promulgazione dell’enciclica di Paolo VI, le Acli fecero seguire il loro convinto sostegno: «Il Comitato esecutivo delle Acli, nel riconfermare la validità degli orientamenti e delle iniziative assunte dal Movimento per una più larga presa di coscienza da parte dei lavoratori di fronte ai problemi – intimamente collegati – dello sviluppo e della pace, fa proprio l’appello di Paolo VI e chiama i lavoratori aclisti ad accrescere il loro impegno culturale, politico e di solidarietà a sostegno delle attività di aiuto e di cooperazione sul piano formativo e sociale con i movimenti operai e contadini cristiani dei Paesi in via di sviluppo» (Documento approvato dal Comitato esecutivo delle Acli nella seduta del 29 marzo 1967).

Nascono Enars, Iref e Cts

Nel frattempo, per coordinare tutte le attività ricreative organizzate dai vari enti delle Acli viene costituito il 26 giugno 1966 l’Enars (Ente nazionale Acli per la ricreazione sociale). Nel 1968 viene istituito l’Iref (Istituto ricerche educative e formative) per consentire alle Acli lo studio teorico e ricerca applicata; per organizzare convegni e dibattiti; per diffondere pubblicazioni di indagini e ricerche relative al mondo del lavoro e delle trasformazioni sociali. Nel settore del turismo, le Acli, per rispondere alla domanda degli associati e delle loro famiglie, avevano dato vita già dal 1945 al Cts (Centro turistico sociale) che aveva una triplice articolazione di programmi e attività: le gite sociali, l’ospitalità aclista, l’organizzazione delle ferie dei lavoratori. Il Cts viene costituito ufficialmente il 19 ottobre 1969 e nel giugno 1988 assumerà l’attuale denominazione di Cta (Centro turistico Acli).

Il ’68 e la fine del collateralismo

Il 1968 matura una nuova attenzione alle “forze del cambiamento”, identificate con le “forze sociali della sinistra democratica” con le quali si privilegia dialogo e confronto. Si intravede una domanda politica che chiede “canali nuovi di partecipazione per una più diretta democrazia di base”, di fronte alla quale Labor ipotizza la necessità di una “nuova offerta politica”.

Sono le elaborazioni che condurranno al congresso “storico” di Torino (19-22 giugno 1969), il congresso della fine del collateralismo nei confronti della Dc e dell’acquisizione del principio del voto libero degli aclisti, proclamato per la prima volta in Italia da una associazione cattolica: “Solo una società effettivamente articolata e pluralistica può garantire l’esercizio concreto di una vera libertà dei lavoratori”. Il congresso sottolinea il “ruolo autonomo delle Acli” anche “nei confronti di eventuali ipotesi alternative operanti sul terreno politico-partitico”. È un riferimento all’Associazione di cultura politica (Acpol) – fondata da Labor insieme ad aclisti, sindacalisti, esponenti della sinistra socialista e democristiana – che darà vita all’esperienza del Movimento politico dei lavoratori (Mpl). Per dedicarsi al suo progetto politico Labor lascia la presidenza delle Acli.

A Torino le tesi di Labor hanno comunque la maggioranza dei consensi. Dalla sua squadra proviene anche il nuovo presidente Emilio Gabaglio. Le preoccupazioni e i timori in ambito democristiano e cattolico sono destinati a moltiplicarsi ben presto. Con le lotte dello “autunno caldo” e l’unità con le forze del movimento operaio, acuisce all’interno delle Acli la sensibilità anticapitalistica e classista, mentre si intensifica l’attenzione per il marxismo come metodo privilegiato di interpretazione della realtà sociale.

Le perplessità della Chiesa e il tentativo di dialogo

Il 6 marzo 1970, esprimendo «perplessità» e turbamento per l’uso di linguaggi incompatibili con la visione cristiana», il presidente della Cei, cardinale Antonio Poma consegna, a Emilio Gabaglio, una lettera personale con una richiesta di chiarimenti su quattro punti: 1) Se le Acli “volevano ancora essere considerate movimento sociale dei lavoratori cristiani” (art.1 dello statuto); 2) se consideravano ancora obbligante la formazione integrale del lavoratore (art.2); 3) se intendevano “ancora avvalersi della presenza del sacerdote assistente”; 4) se assicuravano di tenere in debito conto i valori fondamentali dell’insegnamento sociale del cristianesimo.

Per rispondere alla lettera del cardinal Poma, le Acli, dopo aver consultato i presidenti provinciali, elaborano una “memoria” pubblica, assai articolata che riassume il punto di vista del movimento. «Per le Acli, il Concilio e le più recenti encicliche sociali indicano i principi informatori di una visione cristiana del mondo moderno (…). Sicché essere cristiani ed essere lavoratori comporta oggi assumere nella sua interezza la condizione operaia e l’iniziativa volta al suo riscatto e fare quindi una scelta di classe, incarnandovi la propria testimonianza cristiana, come singoli e come gruppo». In questo senso «scelta di classe significa collocarsi dalla parte dei lavoratori, degli oppressi, degli sfruttati, degli esclusi della moderna società industriale, nelle singole comunità, nell’ambito del nostro paese e su scala mondiale». (Da “Memoria”, Comitato esecutivo nazionale, 1970, in risposta alla lettera della Cei).

La lettera del cardinale e la memoria saranno i testi di riferimento del “dialogo” sulle Acli che, per un anno intero, dal maggio 1970 al maggio 1971, impegnerà le due “delegazioni” con un metodo di confronto diretto su basi paritarie mai attuato prima nel rapporto Chiesa e Acli.

Vallombrosa ’70 e la cosiddetta “ipotesi socialista”

Nel corso di questo dialogo, interviene la dirompente relazione del presidente Gabaglio durante l’Incontro di studi di Vallombrosa, nell’agosto del 1970, sul tema “Movimento operaio, capitalismo, democrazia”.

Aprendo i lavori del convegno, Gabaglio ricorda che l’analisi dei temi in discussione «segue in parte strade note, ma l’intenzione è quella di spingersi più avanti e di verificare più puntualmente la nostra elaborazione alla luce degli interrogativi che la realtà sociale e politica pone in continuo e con crescente urgenza al nostro impegno».

Rifiutata sia l’ideologia marxista come concezione filosofica, sia il sistema capitalistico, la convinzione è che «una scelta socialista, ma autentica, non è incompatibile con la coscienza cristiana».

Così si esprimerà padre Bartolomeo Sorge a Vallombrosa, trent’anni dopo: «(…) In realtà non erano ancora maturi i tempi per quella scelta che le Acli fecero (…). Le Acli hanno avuto una funzione profetica nel mondo cattolico, dirompente, ma non al di fuori del cattolicesimo. Il loro fu il primo tentativo di rielaborazione culturale ispirata ai valori cristiani dei temi, allora emergenti, che risentivano inevitabilmente dell’egemonia culturale marxista».

La censura della Cei e la “deplorazione” di Paolo VI

Tensioni e polemiche sono immediate, dentro e fuori il movimento. Monsignor Cesare Pagani, dal 1964 subentrato a monsignor Santo Quadri come assistente, prende decisamente le distanze; il consiglio permanente della Cei emana un duro comunicato nel maggio 1971, nel quale annuncia il ritiro degli assistenti dalle Acli. Ancora più severo, probabilmente per l’affetto, la fiducia e la consuetudine che lo lega al movimento, è il richiamo di Paolo VI (19 giugno 1971) che, intervenendo durante l’Assemblea della Cei, parla del “recente dramma delle Acli” e deplora il nuovo orientamento che, «con le sue discutibili e pericolose implicazioni dottrinali e sociali» le ha condotte fuori «dall’ambito delle associazioni per le quali la Gerarchia accorda il suo consenso».

Il disorientamento è grande e le conseguenze, anche materiali, pesanti: tra le altre, la sospensione del contributo economico della Santa sede al movimento e l’abbandono obbligato della sede centrale che fino ad allora lo ha ospitato.

Quando le Acli nacquero la loro prima sede fu a Roma, in via Nazionale, presso gli uffici dell’Icas: una stanza, un telefono a mezzadria, una macchina da scrivere in prestito e, nel parco macchine, una bicicletta. Più tardi le Acli si trasferirono in altra sede in via dell’Ara Coeli.
Ma per circa trent’anni (1946-1974) la vita delle Acli si è svolta nella sede di via Monte della Farina, offerta da Pio XII, situata in un vecchio convento adiacente alla chiesa di Sant’Andrea della Valle, e che si articolava in 14 uffici. Per quei locali le Acli pagavano un affitto simbolico alla Santa Sede. Ma, con il “ritiro del consenso” anche la sede venne appunto “ritirata” e, nel 1974 le Acli, grazie anche alle disponibilità finanziarie del Patronato acquistarono la “loro” sede nazionale in via Marcora.

Le scissioni e i nuovi equilibri all’interno delle Acli

Gli effetti degli avvenimenti successivi a Vallombrosa ‘70 sono dirompenti anche dal punto di vista della vita associativa: si verificano due scissioni e la costituzione di un nuovo movimento.

Infatti, il processo avviato nel marzo 1971 con la costituzione delle “libere Acli” (poi Mocli), rappresenta, fino a quel momento, soltanto un’avanguardia rispetto al grosso della rottura che si consuma l’8 dicembre 1971 con la costituzione della Federacli. L’iniziativa parte da Bologna, quando il consiglio provinciale a maggioranza dichiara «la totale indipendenza e autonomia nei confronti degli organi nazionali dell’associazione per le gravi scelte ed i ripetuti errori del direttivo nazionale». Si aggiungono a Bologna altre quattro province: Firenze, Vicenza, Terni e Grosseto e, nel corso di un’assemblea costituente, Roma, che scelgono la via della “federazione”. In seguito si fondono nel Mcl (Movimento cristiano lavoratori), costituito l’8 dicembre 1972, il cui primo presidente è Giovanni Bersani.

Inoltre, nel 1971, in seguito al ritiro degli assistenti, padre Crippa lascia le Acli portando con sé una parte del settore colf fondando una nuova organizzazione: Api-colf.

Si determina così una difficile transizione all’interno delle Acli: il dibattito porta alla costituzione di tre correnti capeggiate da Emilio Gabaglio, Vittorio Pozzar e Geo Brenna, con diversi orientamenti culturali e politici.

Il congresso di Cagliari: la preparazione della presidenza Carboni

Il successivo congresso nazionale di Cagliari (13-16 aprile 1972) – sul tema: “Le Acli, movimento operaio di ispirazione cristiana per una alternativa al capitalismo in nome dell’uomo” – conferma Gabaglio. Si decide all’unanimità la modifica degli articoli 1 e 2 dello Statuto che vengono riformulati più coerentemente con il reale volto del movimento. Leggiamo dagli Atti del XII congresso: «Le Acli fondano sul Messaggio Evangelico e sull’insegnamento della Chiesa la loro azione per la promozione della classe lavoratrice e organizzano i lavoratori cristiani che intendono contribuire alla costruzione di una nuova società in cui sia assicurato, secondo giustizia, lo sviluppo integrale dell’uomo». In questo spirito, il Congresso dà mandato al Consiglio nazionale di ricercare nuovi rapporti con i vescovi e con la comunità ecclesiale, per assicurare alle Acli anche la sostanziale continuità della presenza dei sacerdoti.

Intanto, le elezioni politiche del maggio 1972, di contro al successo dei partiti tradizionali della sinistra, segnano la fine dell’esperienza dell’Mpl.

All’interno delle Acli si verifica così un confronto politico duro tra la corrente di sinistra e la corrente maggioritaria, a cui si è avvicinato anche il gruppo di Pozzar, che rende necessario un mutamento di vertice.

Da un accordo tra queste due correnti nasce nel novembre 1972 la presidenza diMarino Carboni che – nell’intento di arginare scissioni e perdite e ristabilire un miglior rapporto con la Dc e con la Cei – propone un’immagine di Acli più “neutra”, come “luogo di incontro” e di “confronto” tra forze di diversa ispirazione.

Verso la ricomposizione politica del Movimento

Negli anni che vanno dal Congresso di Cagliari a quello di Firenze (10-13 aprile 1975) si lavora intensamente all’approfondimento e alla revisione dell’analisi economica e sociale del movimento che conduce alla “scelta di società”: una scelta cioè non più limitata alla classe operaia ma rivolta anche alle classi medie in una “linea egualitaria delle riforme”.

Le tensioni politiche interne non si placano, acuite anche dal referendum sul divorzio del 1974, in cui le Acli danno di fatto l’indicazione di “voto libero”, mentre la sinistra e Gioventù aclista – la cui dirigenza giunge a una vera e propria “rottura” con il movimento adulto – si schierano apertamente sulle posizioni dei “cattolici del no”, favorevoli al mantenimento della legge.

Nel corso del congresso di Firenze si creeranno le condizioni per una ricomposizione e una gestione unitaria del movimento e la riconferma di Carboni sulla triplice proposta della mozione maggioritaria, della gestione unitariae dellosmantellamento degli apparati di corrente. A conclusione del Congresso, Carboni pronuncia, nell’entusiasmo generale, una frase rimasta celebre: «Sono entrato in questa sala come presidente di parte: oggi so di poter dire che le Acli hanno dimostrato di volere un presidente di tutti».

La nascita delle Acli estere e un nuovo impegno per il pluralismo

Con il Congresso di Firenze, le Acli segnano anche il loro passaggio da una presenza europea fatta prevalentemente di assistenza all’emigrazione, alla nascita delle Acli estere riconoscendo come regioni acliste ilBenelux, la Francia, laGermania, la Svizzera, il Canada e l’Inghilterra. Questo processo trova un momento importante di sintesi nell’istituzione dell’Ufficio di Coordinamento Europeo.

Smussate le distanze politiche, tuttavia non si risolve la crisi organizzativa, che si evidenzia con l’arresto della crescita delle adesioni e con un dibattito interno segnato da punte di grande asprezza.

Le elezioni del 15 giugno 1975, con il crollo delle Dc e la grande avanzata del Pci – votato anche da moltissimi cattolici – spingono le Acli a un impegno per la valorizzazione del pluralismo delle scelte politiche in ambito cattolico.

1975 - 1984 | Il protagonismo civile delle Acli e la nuova primavera ecclesiale

Nel corso del congresso di Firenze (10-13 aprile 1975)  si creano le condizioni per una ricomposizione e una gestione unitaria del movimento e la riconferma di Carboni sulla triplice proposta della mozione maggioritaria, della gestione unitaria e dello smantellamento degli apparati di corrente. A conclusione del Congresso, Carboni pronuncia, nell’entusiasmo generale, una frase rimasta celebre: «Sono entrato in questa sala come presidente di parte: oggi so di poter dire che le Acli hanno dimostrato di volere un presidente di tutti».

La nascita delle Acli estere e un nuovo impegno per il pluralismo

Con il Congresso di Firenze, le Acli segnano anche il loro passaggio da una presenza europea fatta prevalentemente di assistenza all’emigrazione, alla nascita delle Acli estere, riconoscendo come regioni acliste il Benelux, la Francia, la Germania, la Svizzera, il Canada e l’Inghilterra. Questo processo trova un momento importante di sintesi nell’istituzione dell’Ufficio di Coordinamento Europeo.

Smussate le distanze politiche, tuttavia non si risolve la crisi organizzativa, che si evidenzia con l’arresto della crescita delle adesioni e con un dibattito interno segnato da punte di grande asprezza.

Le elezioni del 15 giugno 1975, con il crollo delle Dc e la grande avanzata del Pci – votato anche da moltissimi cattolici – spingono le Acli a un impegno per la valorizzazione del pluralismo delle scelte politiche in ambito cattolico.

La candidatura di Carboni a senatore nelle liste della DC gli impone l’abbandono della presidenza, che avviene il 30 maggio del 1976. Per comprendere quali Acli, Marino Carboni lascia al successore possiamo risalire al suo intervento conclusivo al XIII Congresso nazionale di Firenze (10-13 aprile 1975). Marino Carboni afferma:  «Una volta acquisita una certezza non ipotetica sul carattere sociale della nostra organizzazione, il che permette – al termine di un ciclo storico – di far corrispondere l’immagine che le Acli hanno di se stesse con quella che la Chiesa prende in considerazione, si tratta di tirarne alcune conseguenze: se da un lato ne risulta liberata la nostra responsabilità di laici nelle soluzioni opinabili dei problemi sociali e politici, dall’altro ne risulta ancor più nettamente e limpidamente esigita una coerenza di fondo con il complesso dei principi e degli orientamenti che derivano dal messaggio evangelico e dal magistero della Chiesa. Il che comporta la continua alimentazione di coscienze cristiane adulte con l’intensificazione della formazione, ma anche di una limpida coerenza dei comportamenti (…). Sentiamo rivolto anche a noi l’invito allo “spirito di servizio” rivolto ai  cristiani impegnati nella vita socio-politica. A nostro modo, cioè secondo la nostra particolare vocazione e caratteristica educativa e sociale, non possiamo sottrarci a questo impegno, a questo richiamo ai valori profondi della nostra ispirazione».

Le Acli inutili “se non fanno problema”

L’eredità lasciata al nuovo presidente designato dal Consiglio nazionale, Domenico Rosati, vice-presidente e da tempo esponente di primo piano dell’associazione, quindi, non è semplice. Non a caso egli si presenta come presidente non di un movimento ma di “un problema”. La sua è ancora oggi la più lunga presidenza nazionale nella storia delle Acli .

Nella sua relazione di presentazione, Rosati sostiene la volontà di ricominciare a fare le Acli con la coscienza di rincamminarsi, passo dopo passo, nella direzione giusta – le idee-forza – e con gli strumenti possibili – i progetti. Queste le cinque idee-forza: il controllo democratico dei processi economici e di riforma; la funzione critica verso i processi di appiattimento culturale in atto; l’unità sindacale; il contributo alla ricerca nella Chiesa italiana; l’apporto ai processi positivi di riaggregazione e partecipazione di base.

Detto anche del percorso per superare la frattura interna con Gioventù aclista, ovviamente è all’ordine del giorno della nuova presidenza la riacquisizione di credibilità e di immagine ecclesiale. In questa prospettiva va data particolare importanza alla partecipazione di Rosati al Convegno ecclesiale nazionale, Evangelizzazione e promozione umana, del 1976, per la cui preparazione il presidente contribuì alla redazione del documento base. E all’arrivo di un nuovo sacerdote, “inviato” dalla Cei.

Padre Pio Parisi e la “parola ai piccoli”

Mentre, dunque, da parte della Chiesa si fanno più insistenti le istanze di chiarimento sulla obbedienza delle Acli al magistero, il 14 dicembre 1976 viene inviato dall’Ufficio Cei per i problemi sociali e del lavoro padre Pio Parisi: sarà l’inizio di un nuovo cammino di fede all’interno delle Acli che si svilupperà come passaggio progressivo dalla “ispirazione cristiana” alla “vita cristiana”.

Questo passaggio è accompagnato dal sorgere e dal diffondersi di un’intuizione: “La Parola ai piccoli”, che viene proposta come esperienza e come metodo. Con una pluralità di sussidi la scelta evangelica “dei piccoli” viene diffusa come proposta di spiritualità nel movimento e l’approdo ultimo di questa linea è la scelta della “minorità” e la valorizzazione simbolica di una “cattedra dei piccoli e dei poveri”.

Molto importante è per 25 anni la presenza nelle Acli di questo gesuita romano, arguto e ironico, schivo e profondo, che porta una spiritualità essenziale, evangelica, nuda, con al centro Gesù e la Sua Parola.

Il “contenitore” salvato e il movimento della società civile

La fase iniziale della Presidenza Rosati è caratterizzata da una paziente attività di riorganizzazione delle realtà di base e dei servizi. “Salvare il contenitore” è l’espressione che Rosati adopererà per sintetizzare questa delicata operazione.

Elementi importanti di questo nuovo corso saranno l’elaborazione di “una nuova cultura dello sviluppo” (Incontro di studio di Riccione, gennaio 1978) e l’individuazione di quei “progetti” annunciati da Rosati alla sua elezione –  occupazione, territorio, scuola, agricoltura – la cui attuazione è pensata per rivitalizzare le strutture di base del movimento, in primo luogo i circoli, e coinvolgere i servizi sociali.

Non si capirebbe il disegno delle Acli come movimento della società civile senza considerare le nuove idee che maturano a appunto a Riccione. Con la relazione di apertura di Ruggero Orfei – le Acli si impegnarono a lavorare per la crescita politica della società civile nella prospettiva dello “Stato-espressione” e, quindi, per un diverso rapporto società-Stato, in cui lo Stato è non il detentore di un potere che esercita sui sudditi, ma appunto “l’espressione”, e in qualche modo la rappresentazione, la figura, delle energie vitali che articolano la società.

Aldo Moro, il terrorismo e la democrazia incompiuta

Il congresso di Bologna (15-19 giugno 1978) registra e fa proprio questo impegno nella prospettiva della creazione dello “Stato-espressione” capace di accogliere ed esprimere le energie sociali vitali. È il congresso della fine delle correnti e del recupero definitivo dell’unità interna. È il congresso del ripristino dei buoni rapporti con la Dc, che sembra avviata al rinnovamento, al cui segretario Benigno Zaccagnini viene riservata calorosa accoglienza.

È anche un congresso che si svolge sotto l’enorme impressione suscitata dal sequestro e uccisione di Aldo Moro. Rosati denuncia «tre bersagli delle Brigate rosse, nemici senza volto, dei quali non si conoscono i mandanti ma di cui si intuisce con sufficiente chiarezza il disegno di distruzione. Il primo bersaglio diretto e immediato è la Dc (…). Il secondo bersaglio è il Pci (…). Il terzo bersaglio sono le forze sociali e la società civile, nel senso che, bloccando il Paese sul dato dell’emergenza, il terrorismo cerca di annullare e disarticolare il tessuto vivo che completa la dimensione istituzionale e la dinamizza. L’attacco, in sintesi, è rivolto all’intero processo storico della democrazia italiana (…)».

Le Acli per la rigenerazione della politica

Gli anni successivi, contrassegnati dalla fine della politica di unità nazionale e dall’accordo della Dc con il Psi di Bettino Craxi, vedono le Acli impegnate nell’affermazione di una propria forte identità, autonoma da logiche di partito, come polo di riferimento e di orientamento morale, culturale e sociale.

Gli incontri di studio individuano i mutamenti in atto nella società e nella chiesa italiana. Oltre al dominio dei partiti emerge la “centralità della società civile” come elemento essenziale di “rigenerazione” della politica.

Forte di questa esperienza, il Congresso di Bari (7-10 dicembre 1981) – cui giunge anche un messaggio del pontefice Giovanni Paolo II – si appunta sulla costruzione di “un movimento della società civile per la riforma della politica”, che si muova lungo le direttrici della pace, della pianificazione globale (ridisegnare un quadro coordinato e finalizzato di interventi volti a rendere più equilibrato e meno precario il futuro soprattutto in relazione al fenomeno grave della disoccupazione); e della diffusione dei poteri (l’esperienza delle campagne per la casa, per la salute ecc.). Tre impegni puntualmente sviluppati nel triennio successivo, mentre si elabora l’idea della “convenzione” di soggetti sociali come articolazione del “movimento della società civile”.

Nuovi organismi e servizi: nascono Coordinamento donne e Ipsia

Il XV Congresso nazionale di Bari 1981 chiede di dare una maggiore visibilità organizzativa e rappresentanza delle donne nelle Acli. In questa prospettiva, dopo aver modificato l’art. 33 dello Statuto, riguardo la Commissione nazionale donne Acli, il 6 marzo 1982 viene costituita la Commissione nazionale Coordinamento donne, di cui divenne presidente Maria Fortunato.

È in questo modo che le Acli potranno contribuire con maggior efficacia al processo di emancipazione femminile nella vita culturale, sociale ed ecclesiale, impegnandosi ad approfondire temi come quelli della pace, della violenza sessuale, della lotta alla mafia e alla camorra, ecc.

Questa presidenza però è ricca di iniziative sociali, culturali e politiche, e promuove la nascita di nuovi organismi e servizi all’interno delle Acli: oltre al Coordinamento donne, in quegli stessi anni, dopo la nascita dell’Entour(1980), Unapol (1981), Unasp (1982) e Cnala (1983), il 13 novembre 1985, viene costituito l’Ipsia (Istituto pace sviluppo innovazione Acli).

Esso proviene dall’esperienza del Cepas, il Centro per la pace e lo sviluppo (fondato nel 1980) con l’intento di trasferire in un ambito diverso alcune delle esperienze e delle risorse maturate ed accumulate dalle Acli nel mondo del lavoro italiano ed europeo.  L’Ipsia si muove lungo un percorso che lega associazionismo, formazione professionale e cooperazione internazionale ed è espressione della solidarietà popolare e della presenza dei lavoratori cristiani delle Acli nella costruzione di una cultura della pace, basata sulla corresponsabilità dei popoli e la promozione della giustizia tra gli uomini e le nazioni.

I Giovani delle Acli (e le Acli) incontrano Giovanni Paolo II

Intanto, dopo la difficile stagione della crisi con la gerarchia in seguito alla “ipotesi socialista”, sono i giovani degli anni ’80la generazione che non era stata protagonista del ’68, ad anticipare – almeno pubblicamente – la riapertura del dialogo ecclesiale e il cammino di riconciliazione con la Chiesa.

Il 1° settembre 1982, viene consentito ai giovani aclisti di partecipare, alle sette del mattino, alla Messa celebrata dal Pontefice nella sua cappella privata di Castel Gandolfo e, in quella stessa occasione, è concordata l’Udienza successiva. Questa ha luogo presso la Sala Clementina in Vaticano, il 4 gennaio 1983, nell’ambito del XVI Congresso nazionale di Gioventù aclista sul tema “La pace è il destino dell’uomoVi partecipano circa 400 giovani aclisti guidati dal segretario nazionale uscente, Claudio Gentili, dal direttore dell’Ufficio per la pastorale del lavoro della Cei, mons. Fernando Charrier, e dal presidente delle Acli, Domenico Rosati, accompagnato dall’intero Comitato esecutivo nazionale.

L’avvenimento è il primo segnale che i rapporti tra le Acli e la Chiesa si erano ormai sbloccati, come è sottolineato dallo stesso Giovanni Paolo II, quando, dopo aver pronunciato il suo discorso e accingendosi ad intrattenersi con i dirigenti, dichiara: «Sono molto contento che la prima udienza di questo nuovo anno in Vaticano sia per le Acli». 

Nel discorso di quel giorno Giovanni Paolo II manifesta una profonda gratitudine alle Acli per l’impegno cristiano dei loro giovani: «Conosco il vostro slogan aclista “Da cristiani nel mondo operaio”. Siate fedeli all’esigente impegno che esso richiede. Dobbiamo finalmente ritenere superata l’infelice contrapposizione, che alcune ideologie del secolo scorso hanno voluto stabilire tra l’identità operaia e l’identità ecclesiale, tra il lavoro e la fede. Questa infausta contrapposizione ha spesso prodotto un’ulteriore umiliazione dell’uomo, tentando di spegnere in lui una luce che in realtà è insopprimibile. […]»E offre una risonanza sul tema del Congresso, molto forte in tutta l’azione sociale delle Acli in quegli anni: «[…] Il tema del vostro congresso suona: “La Pace è il destino dell’uomo”. Quale densità di concetti è racchiusa in questo motto!(…). È forse utopia tutto ciò? Vana speranza? Illusione? No! Il cristiano sa che, al contrario, questo è il destino dell’uomo! Egli sa che, se pur non si tratta di un traguardo imminente, esso è sicuro e merita ogni più generosa dedizione per avvicinarvisi sempre maggiormente. (…) Ma è un destino questo a cui l’uomo deve contribuire, proprio perché lo riguarda. E non si prepara certo un destino di pace ricorrendo ai conflitti, alle violenze, alle sopraffazioni, sia nella vita internazionale, sia nei rapporti fra i gruppi e le forze sociali».

Marcia per la pace Palermo-Ginevra

Infatti, la prima metà degli anni ’80 vede le Acli fortemente impegnate sui temi della pace. Sono gli anni della corsa agli armamenti e dell’istallazione degli euromissili. Una grande iniziativa si svolge a Comiso il 4 aprile 1982, dove gli aclisti siciliani si impegnano con una raccolta di firme contro i missili Cruise.

Ma l’iniziativa che forse più di ogni altra segna la presenza delle Acli sulla linea-guida della pace è la marcia Palermo-Ginevra, ideata e promossa dalle Acli, che si tiene dal 21 al 28 maggio 1983, contrassegnata dallo slogan “In dialogo per la pace”. La marcia mobilita migliaia di pacifisti in Italia e in altri Paesi europei, in collaborazione con numerose delegazioni di varia provenienza culturale e politica. Rimane ancora oggi una delle manifestazioni più forti del pacifismo italiano.

1985 - 1994 | Le Acli tra il crollo del Muro e la crisi della politica italiana

Dopo che a Rimini nel 1983 viene lanciata l’idea di una Convenzione dell’associazionismo, che trova molti interlocutori e che sarà il terreno di coltura del futuro Forum del terzo settore, arriva il Congresso di Roma (24-27 gennaio 1985), che vede un’ampia partecipazione di interlocutori politici, sindacali, sociali e culturali.

È la testimonianza di un credito esterno ritrovato, ma anche la presa di coscienza – sinteticamente espressa nelle tre indicazioni congressuali “pace, lavoro, democrazia” – di essere decisamente “controcorrente” di fronte alla vittoria delle logiche partitocratiche e degli egoismi sociali.

Bianchi, un presidente “popolare”

L’elezione di Domenico Rosati (dimessosi il 12 maggio 1987) nelle liste della Dc porta alla presidenza del movimento Giovanni Bianchi (31 maggio 1987), chiamato a far parte della Presidenza nazionale delle Acli dopo il congresso di Roma (1985), con la carica di vicepresidente nazionale, dopo aver ricoperto im­portanti incarichi nelle Acli a livello regionale, nella sua Lombardia.

Negli anni della presidenza Bianchi, mentre a livello internazionale si verifica il crollo dei regimi comunisti, la situazione sociale e politica del Paese entra in una accelerata fase di transizione. Si assiste alla crisi di un sistema politico che ha governato per cinquanta anni il paese e alla crisi dello stato sociale che era una delle conquiste più importanti delle lotte dei lavoratori.

La fine del primato della politica come primato della forma-partito e l’emergere di nuove soggettività e nuove forme di rappresentanza impongono la sperimentazione di percorsi originali anche all’interno delle Acli.

Nel corso della sua presidenza si approfondisce la lezione del popolarismo sturziano – poi divenuto riferimento comune dei cattolici democratici – come cultura politica che ha intravisto l’importanza delle autonomie e del pluralismo sociale, e si guarda con estrema attenzione all’associazionismo di cui si valorizza la funzione essenziale tra il ruolo dello Stato e i “limiti” dei mercato.

Nuova cittadinanza sociale e reti di solidarietà

Al congresso di Milano (30/1-2/2 1988) – dove viene confermato presidente – Bianchi sottolinea “la fase costituente della società e della politica” attraversata dal nostro Paese, l’emergere di “una nuova cittadinanza sociale”, la necessità di “nuove regole del gioco” per il ricambio dei gruppi dirigenti e per la realizzazione di un’autentica democrazia dell’alternanza.

In questa fase di passaggio, le Acli intuiscono di poter cominciare a scrivere una storia diversa, basata su una responsabilità etica del civile che vuole più Stato ma meno assistenza, e maggiore autonomia che non sia disgiunta da un orizzonte di etica collettiva. Lo scettro deve tornare nelle mani del cittadino, vero arbitro della vita democratica.

In questa linea, la costruzione di reti di solidarietà sul territorio è il progetto-obiettivo più qualificante che si vuole raggiungere attraverso la Conferenza nazionale di Ischia (6-10 dicembre 1989). E perché questo sia possibile è necessario che la rete di solidarietà aclista sul territorio si strutturi come luogo di incontro aperto a tutti.

Le Acli non si pensano più come un sistema piramidale (vertice-base) ma come un sistema a rete dove non c’è più un centro che comanda e una periferia che esegue, ma tutti convergono verso una progettualità sociale condivisa. Tuttavia, prima che tale “cultura della rete” sia tradotta in modello organizzativo, passerà un lungo periodo di tempo.

L’impegno su tre versanti: politica, società civile e dimensione ecclesiale

Le Acli, nel linguaggio di Bianchi, si configurano come “lobby democratica e popolare” e la loro iniziativa si sviluppa su tre versanti: un forte impulso per la riforma del sistema politico, l’impegno per la crescita dell’autonomia della società civile, l’approfondimento della dimensione ecclesiale.

Sul versante politico le Acli organizzano una serie di forum per rilanciare il ruolo del cattolicesimo sociale e democratico, per favorire il profondo rinnovamento della Dc, per promuovere le riforme istituzionali. A questo proposito sono tra i principali protagonisti della spinta referendaria per la riforma del sistema elettorale.

II secondo impegno vede le Acli protagoniste di “un polo riformatore della società civile”. Si avvia l’esperienza dei “cartelli” per raccogliere i soggetti dell’associazionismo intorno a grandi battaglie democratiche; come, entrambi nel 1988, “Contro i mercanti di morte” che si oppone al commercio delle armi, ed “Educare, non punire” sui temi della tossicodipendenza, nato contro la legge Jervolino-Vassalli. Si convocano importanti convenzioni nazionali dell’associazionismo e si elabora una proposta di legge-quadro per un suo adeguato riconoscimento.

Per quanto concerne la dimensione ecclesiale, le Acli si avvalgono della presenza determinante di padre Pio Parisi, che è particolarmente valorizzata nel corso della presidenza Bianchi.  Gli incontri annuali di spiritualità a Urbino sono i momenti forti di questo percorso “dalla ispirazione cristiana alla vita cristiana” nelle Acli. “Radicalità evangelica”, “conversione del cuore”, “una presenza nella politica alimentata dalla fede nella Parola di Dio”, diventano gli orientamenti interiori del movimento avviato verso una fase di rifondazione. Il congresso nazionale, che si tiene a Roma dal 4 all’8 dicembre 1991, con la grande udienza papale, sarà poi l’episodio più visibile di questa ricerca religiosa mai interrotta.

La diplomazia popolare e l’impegno per la Pace

Tra le tensioni forti di questa fase della vita delle Acli c’è anche per la “diplomazia dei popoli”. Il movimento è impegnato perché la lotta per la pace diventi cultura di pace, politica di pace. Tra le iniziative più significative quelle legate alla guerra del Golfo, seguita fin dai primi giorni della crisi nel 1990. Quella che più di tutte ebbe risonanza fu l’intervento a favore dei 70 ostaggi in Iraq che rientrarono a Roma, accompagnati dal presidente Bianchi, la sera del 28 novembre 1990. La missione a Bagdad viene dopo la grande manifestazione a Gerusalemme (“Time for peace”, dicembre 1989) e prima di Sarajevo, con la “Carovana per la pace”, nel settembre del 1991.

La nuova sfida migratoria

Tradizionalmente la questione migratoria italiana è oggetto di interesse delle Acli soprattutto per i problemi degli italiani emigrati all’estero. Ma, a partire dalla seconda metà degli anni ‘80 (con la legge n. 943 del 30 dicembre 1986), l’interesse per la presenza degli immigrati diventa centrale per le forze sindacali e politiche.

Lo shock suscitato nel nostro paese dall’omicidio del sudafricano Jerry Maslow a Villa Literno nel settembre 1989, dimostra quanto sia urgente affrontare il fenomeno migratorio. La legge Martelli (n. 39/1990) viene approvata in questo clima di preoccupazione.  In questo periodo le Acli danno vita a una serie di iniziative come la nascita del Cir (Consiglio italiano rifugiati) nel 1990, con Amnesty International, Caritas Italiana, Migrantes, Cgil, Cisl e Uil, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche ecc. Negli anni successivi le Acli saranno in prima fila nel chiedere il riconoscimento dei diritti per gli immigrati dal diritto di voto almeno alle elezioni amministrative, al sostegno di un associazionismo misto o autonomo delle comunità straniere. Ma soprattutto le Acli promuovono la cooperativa “Maboko na Maboko” (in lingua swahili, “la mano nella mano”) che organizza immigrati di paesi diversi e mira a sviluppare la loro formazione.

Nascono Anni verdi, Fap-Acli e Solaris

Nel corso della presidenza Bianchi, vengono creati tre nuovi soggetti associativi.

Anni Verdi, costituita nel 1988, è l’associazione nazionale di protezione ambientale promossa dalle Acli per rispondere alla domanda di formazione e di informazione sui problemi dell’ambiente. Opera seguendo due direttrici: l’educazione ambientale e il rapporto tra ambiente e lavoro.

La Fap-Acli (Federazione anziani e pensionati) nasce nell’aprile 1990 con l’obiettivo di promuovere adeguate forme di rappresentanza sociale e sindacale degli anziani e dei pensionati nei confronti degli organismi pubblici e privati che operano sui problemi della previdenza, della salute, dell’assistenza, della casa, dei servizi sociali e delle attività di tempo libero.

Il Consorzio Solaris (Solidarietà e lavoro realizzano impresa sociale) nasce nel 1993 con l’obiettivo di aggregare e mettere in rete le cooperative Acli di produzione e servizi, per promuovere la cooperazione sociale e la cultura d’impresa nelle cooperative.

Il Congresso di Roma 1991 e l’abbraccio con Papa Wojtyla

Abbiamo già accennato all’importanza nella vicenda ecclesiale delle Acli dell’incontro con Giovanni Paolo II, nell’ambito del XVIII Congresso nazionale, che si svolge dal 4 all’8 dicembre 1991, nell’anno delle celebrazioni per il centenario della Rerum Novarum.

L’abbraccio con Papa Wojtyla, il 7 dicembre, è accompagnato dall’applauso interminabile dei 10 mila aclisti presenti in Sala Nervi a salutare quell’evento storico, dopo la lenta ricucitura dello “strappo” avvenuto nel 1971. Ecco cosa ha detto, tra l’altro, il Papa alle Acli in quella occasione: «La vita dei credenti in Cristo non riguarda soltanto le scelte personali dei soci, ma investe il modo di pensare e di agire di tutto il movimento.(…) Un movimento cristiano operante nel sociale non può non trovare nella difesa e nella promozione dei valori etici, in cui si rispecchia la piena verità sull’uomo, manifestatasi in Gesù Cristo, un impulso potente verso quell’impegno unitario dei cattolici che ha tanto contribuito e potrà contribuire al bene dell’Italia».

La “rifondazione” di Chianciano

Nella consapevolezza della novità e della rapidità del mutamento dei processi economici, sociali e politici in atto, viene convocato un Congresso straordinario, il XIX (Chianciano 8-11 dicembre 1993). È il momento della crisi radicale di tangentopoli e della stagione di svolta dovuta a “mani pulite”.  Nello slogan congressuale – “È già domani: con le Acli organizziamo la solidarietà” – è riassunta la preoccupazione aclista, a livello internazionale e nazionale, della ridefinizione in atto dello scenario politico.

Giovanni Bianchi nella sua relazione ricorre all’immagine biblica del primo “esodo”, quello di Abramo, e indica alle Acli una fase costituente in cui realizzare un percorso non di semplice rinnovamento, ma di vera e propria rifondazione, ricordando che nella loro storia esse si erano rifondate più volte, divenendo da “corrente sindacale cristiana”, “componente cristiana del movimento operaio”, “associazione della società civile”, “protagonista del terzo sistema”.

Ma tale rifondazione si realizzerà nel tempo essenzialmente come una rigenerazione culturale. Le Acli vedranno nella “Costituente dei cattolici democratici” l’area del loro radicamento politico.

La “scelta” per il Partito popolare di Bianchi: sale Passuello

Proprio alla fine del 1993, dopo quel Congresso straordinario, Giovanni Bianchi si dimette dalla presidenza per partecipare alla campagna elettorale del neonato Partito popolare. Nell’imminenza delle elezioni politiche, che saranno vinte dalla destra, sono però ben 23 gli esponenti aclisti, tra i quali appunto il presidente nazionale, due vicepresidenti, diversi consiglieri nazionali e dirigenti provinciali, che si candidano nelle liste del centro sinistra.

Il Consiglio nazionale del 4-5 marzo 1994 elegge nuovo presidente nazionale Franco Passuello, che a partire dagli anni Sessanta aveva ricoperto incarichi direttivi nelle diverse realtà associative acliste. Luigi Bobba, già segretario nazionale di Gioventù aclista, è nominato vicepresidente, quasi a rappresentare al vertice dell’organizzazione tutte le sensibilità culturali e generazionali.

Il nuovo patto associativo e il Forum del Terzo settore

Dirigenza e base aclista si impegnano nella definizione e nella sperimentazione di un “nuovo patto associativo”. Nella premessa al suo “manifesto”, così è riassunto nei suoi punti essenziali: “Vita cristiana e vocazione educativa; centralità e cura di ogni persona nell’associazione; valorizzazione delle soggettività maschile e femminile; riconoscimento e promozione del ruolo dei giovani e delle famiglie nella vita dell’associazione; valore della solidarietà e della partecipazione democratica; diritti della persona che lavora; collocazione delle Acli nel Terzo settore; riforma organizzativa e orizzonte internazionale”.

A proposito di collocazione, durante la presidenza Passuello, le Acli si caratterizzano sempre di più come associazioni di Terzo settore, facendosi forza trainante di una realtà molto variegata e complessa che emerge agli inizi degli anni ’90 come nuovo attore di democrazia e di economia sociale.

Nel maggio 1994, nasce il Forum del Terzo settore, la cui costituzione ufficiale sarà un processo lungo e laborioso che si concluderà il 19 giugno 1997, a Roma, presso la sede nazionale delle Acli di via Marcora. Subito dopo si sviluppano molte iniziative del non profit italiano come Banca Etica, Aster-X e Transfair.

Alla nascita del Terzo settore e alla sua crescente soggettività politica, Franco Passuello dedica un libro-intervista in cui afferma che: «Questo movimento non può essere affare dello Stato e tanto meno del mercato. Può essere solo compito della società civile. Ecco perché la riforma dello stato sociale è anche, e prima di tutto, un problema di riforma culturale e di riforma della società».

1995 - 2004 | L'allargamento dei confini e la fedeltà delle Acli al futuro

Nel corso del 1995 le Acli promuovono un denso programma di iniziative per la ricorrenza del primo cinquantenario della propria fondazione. La memoria diventa una preziosa occasione per ripensare le ragioni della propria missione e dell’identità associativa.  Alla vigilia dell’evento, Franco Passuello lo presenta così: «Nel nostro Paese c’è anche un cattolicesimo che non è rimasto coinvolto né in scandali né tanto meno in lotte interne». I due momenti più significativi sono la manifestazione a Roma, il 30 aprile, all’Eur e, il 1° maggio, una partecipata ed emozionante manifestazione pubblica a Piazza San Pietro.

Il 30 aprile 1995 a Roma, in un Palazzo dei Congressi affollato e festoso, si tiene uno spettacolo intitolato Il filo della memoria, tra canti, immagini, rievocazioni e una rappresentazione teatrale. Alla presenza di molte personalità, il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, in una intervista videoregistrata afferma: «(…) Oggi vi sono vicino per dirvi grazie (…) è il grazie del Capo dello Stato, perché avete lavorato per il popolo italiano. Grazie per l’opera compiuta e per quanto ancora fate con amore ed entusiasmo. Vi auguro di continuare quest’opera esaltante a servizio della persona umana – il più grande servizio che ci sia – affinché ognuno sia consapevole dei propri diritti e dei propri doveri e per formare i lavoratori alla difesa di tali diritti e soprattutto per i più deboli e i più sofferenti».

50 anni Acli: piazza San Pietro di nuovo aclista

Ma il cuore delle celebrazioni è l’incontro delle Acli con il Papa, il 1° maggio in Piazza S. Pietro, definito dallo stesso Giovanni Paolo, “la grande visita”. Il Pontefice, dopo la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Camillo Ruini, rivolge un caloroso saluto al popolo aclista, in cui ripercorrendo la storia delle Acli, ne sottolinea ed apprezza la “triplice fedeltà: ai lavoratori, alla democrazia e alla Chiesa” e delinea chiaramente le attese della Chiesa: priorità alla formazione, nuova cultura del lavoro, impegno per la costruzione di una società più giusta, libera e fraterna; dialogo sincero con gli altri protagonisti del mondo del lavoro.  «(…) Si apre ora, dopo cinquant’anni di vita – dice il Papa alle Acli – una nuova fase, che deve inaugurare un serio processo di cambiamento attento al nuovo, ma pienamente in sintonia con i valori che hanno caratterizzato le vostre origini e la vostra vocazione di lavoratori e di credenti. Solo il Vangelo fa nuove le Acli. La “rifondazione” della vostra Associazione non può non essere affidata soprattutto alla capacità di mettere al centro la fede nel Dio rivelato in Cristo, dandone testimonianza chiara e trasparente».

Il XX Congresso nazionale che tiene a Napoli dal 28 al 31 marzo del 1996, approva il “nuovo patto associativo” e riconferma alla presidenza Franco Passuello. Per la prima volta nella storia delle Acli il presidente è eletto direttamente dai delegati.

Da una ricerca commissionata a Telos, i cui risultati sono oggetto di riflessione congressuale, emerge la ricca e complessa struttura organizzativa e funzionale delle Acli: una fitta rete di 4.200 circoli, disseminati in tutto il territorio nazionale, con una dislocazione privilegiata nei piccoli centri, in cui operano 350.000 soci, impegnati in svariate attività sul territorio che comportano circa 30 milioni di ore/anno di volontariato.

Costituiscono la struttura portante delle Acli, il Patronato, per l’assistenza e la tutela previdenziale dei lavoratori, nella cui rete di segretariati sociali operano 600 dipendenti e ben 4.000 addetti volontari; l’Enaip, con 300 centri di formazione professionale e circa 5.000 operatori; l’Unione sportiva Acli cui fanno riferimento circa 1.800 società sportive; la rete delle Cooperative di lavoro e di servizi con oltre 300 imprese.

La proposta di riforma-rifondazione

Nella proposta di riforma-rifondazione della struttura organizzativa e funzionale delle Acli, a partire dalla ridefinizione di forti valori comuni condivisi, emerge l’esigenza di superare tentazioni e nostalgie gerarchiche, tra vertice e base, tra centro e periferia; l’impegno nel monitorare e nel coordinare le attività periferiche, comprese le iniziative specifiche, valorizzando le loro diversità; l’impegno, infine, a realizzare nel tempo un’integrazione tra organi politici e organi tecnici.

Sul fronte dell’azione sociale e pubblica l’Associazione esce da Napoli impegnata a procedere in tre direzioni: essere un movimento della laicità cristiana matura; essere un movimento del lavoro e della cittadinanza solidale; essere un soggetto del Terzo settore e dell’economia sociale.

Nascono Lega consumatori e Fai

Nel corso della presidenza Passuello due novità associative meritano di essere messe in risalto: la Lega Consumatori delle Acli e la Fai.

La Lega dei Consumatori, già operante sin dal 1971, si costituisce formalmente nel dicembre 1996 con 16.000 iscritti. Il suo obiettivo è quello di rispondere a due esigenze: tutelare il potere d’acquisto familiare e concorrere a una nuova qualità della produzione e del consumo per una nuova qualità della vita.

Gli statuti che vengono approvati nel Congresso di Napoli 1996, rappresentano anche l’atto di nascita della Fai (Federazione Acli Internazionali). La Fai mette in rete l’intera famiglia delle Acli in tante nazioni del mondo. Oltre che in Italia, le Acli in quel momento sono infatti presenti in altri 19 Paesi, di cui 9 in Europa, 8 nelle Americhe, in Sudafrica e in Australia. La Fai partecipa e collabora con varie organizzazioni internazionali, tra cui Cmt (Confederazione mondiale del lavoro) e Mmtc (Movimento mondiale dei lavoratori cristiani).

Una nuova intesa tra Acli e Cisl

Il 31 ottobre 1996, Acli e Cisl stipulano un’intesa per promuovere una nuova alleanza tra tutti i soggetti del lavoro e della cittadinanza sociale, scegliendo di impegnarsi insieme in due processi prioritari e non più rinviabili: l’unità sindacale e il Terzo settore.

Sergio D’Antoni, segretario generale della Cisl, afferma: «Mettendo insieme il sociale cristianamente ispirato, mantenendo però ognuno la propria autonomia, specificità e i propri compiti, possiamo cercare di trasformare le nostre potenzialità in capacità di interlocuzione da pari a pari con tutti gli interlocutori politici e istituzionali (…)».

Oltre l’assistenzialismo: la “dote” e la “rete”

Su questo tema si svolge a Bari, nel novembre 1997, un importante convegno che rilancia la presenza delle Acli sul territorio come centri integrati di servizio. Se i diritti di cittadinanza sono la dote, che dovrebbe essere garantita a ognuno come appartenente a una comunità, la rete è immagine dei nodi, delle articolazioni territoriali, delle relazioni organizzate che consentono ad un diritto di essere concretamente praticato.

Nelle sue conclusioni Passuello afferma: «Superare l’assistenzialismo non può voler dire svuotare la cittadinanza sociale ma arricchirla nella linea di una cittadinanza attiva e solidale. Solo così si eviterà che la figura del povero torni a sostituire quella del cittadino».

Da cristiani nella società civile e nel lavoro

Nei giorni 5-8 novembre 1998 si tiene ad Assisi una partecipata Conferenza organizzativa e programmatica con oltre 1.000 delegati sul tema “In cammino con le Acli: da cristiani nella società civile e nel lavoro”. L’obiettivo è fare il punto sull’efficacia del nuovo modello organizzativo scelto a Napoli e verificarne la capacità di risposta rispetto alle inedite sfide del presente quali le radicali e pervasive trasformazioni del lavoro, l’immigrazione, la bioetica, la riforma del welfare state.

Nelle sue conclusioni Passuello afferma: «Esco di qui con la consapevolezza che le donne e gli uomini delle Acli hanno ancora nel cuore la passione del loro carisma e della loro missione. (…) Ma bisognerà vigilare (…). È importante per diventare davvero quello che abbiamo deciso nel Congresso di Napoli: un movimento della cittadinanza attiva e solidale che costruisce Terzo settore ed economia civile. Queste Acli sono belle da vivere e sono una risorsa per la Chiesa e per il nostro Paese. Vale dunque la pena di rigenerare l’associazione. E anche il suo gruppo dirigente. Si dovrà porre mano quanto prima ad un nuovo gruppo dirigente incominciando dal livello nazionale. C’è bisogno che energie fresche entrino in campo».

Dopo pochi giorni, il 12 novembre, nel corso di una Direzione nazionale, Franco Passuello annuncia le proprie dimissioni da presidente nazionale e l’assunzione dell’incarico di responsabile dell’organizzazione dei Democratici di sinistra, affidatogli da Walter Veltroni. Per Passuello si tratta di una “scelta personale” che coerentemente conclude un pluridecennale percorso di ricerca e di impegno politico-sociale e religioso e la leadership aclista, anche per rispondere a interpretazioni esterne fuorvianti e a qualche sconcerto interno, precisa che le Acli “gelose della propria autonomia e fedeli alla propria ispirazione cristiana” continuano ad essere impegnate nell’organizzazione e nella rappresentanza della società civile , nella riforma della politica e delle istituzioni, oltre che nel proprio specifico compito di formazione cristiana dei soci.

Bobba, il primo presidente della generazione post-ideologica

A Roma, il 29 novembre 1998, il Consiglio nazionale, allargato ai presidenti provinciali, elegge presidente delle Acli con il 90% dei voti, il quarantenne Luigi Bobba, un piemontese di Cigliano (Vercelli).  In quell’occasione, incarichi di rilievo sono affidati a dirigenti non facenti parte della presidenza. Si realizza un ricambio generazionale e si afferma una cultura nuova “post-ideologica”, maturata nella ormai non più breve stagione dei movimenti e delle esperienze associative dal basso che hanno contraddistinto gli ultimi decenni della storia politica, sociale e ecclesiale del nostro Paese.

Bobba, già segretario nazionale di Gioventù aclista, si è contraddistinto per aver saputo creare nuove iniziative in campo sociale: dal “Movimento primo lavoro”, alla metà degli anni ’80, alla manifestazione “Job-Orienta”; dalla nascita del Forum permanente del Terzo settore, di cui è stato il primo portavoce nazionale, a Banca Etica, di cui è stato vice presidente.

La fedeltà al futuro

Il filo rosso che percorre tutti gli anni della presidenza Bobba è senza dubbio il tema del futuro. Quasi una passione, uno spirito da “nuovo millennio”. La spinta verso il futuro diventa concretamente, per le Acli, un’occasione per reinventare le forme della loro presenza nella società che cambia.

Le Acli si configurano e si definiscono come “solidarietà in movimento” e acquisiscono una consapevolezza sempre più forte della propria responsabilità nel farsi portavoce e interpreti del “nuovo sociale” che partiti e sindacati non riescono a rappresentare. La morte, il 9 aprile 1999, di Livio Labor, che “seppe fare grandi le Acli” negli anni Sessanta, è un’occasione per ribadire e rilanciare la sua scelta strategica dell’autonomia, che, però, non implica la chiusura, bensì il rilancio di un’intesa con la Cisl, un dialogo fecondo e costante con la Cei, un serrato confronto con le istituzioni, compreso il Governo con cui si definisce un “patto di solidarietà”.

Rievocando, nel mese di giugno, quel congresso di Torino che 30 anni prima aveva sancito la fine del collateralismo delle Acli nei confronti della Democrazia cristiana, Luigi Bobba esterna la preoccupazione del movimento per il destino del popolarismo democratico: la sua “lezione” laica, aconfessionale e riformista – di cui la bruscamente interrotta esperienza di governo dell’Ulivo di Romano Prodi è stata una significativa realizzazione – non può essere dimenticata.

A Vallombrosa per “tornare a pensare”

“Tornare a pensare”, dice Bobba nel suo primo discorso da presidente. Per questo le Acli tornano a Vallombrosa, nel 1999, dopo poco meno di 30 anni dall’ultima volta; ed è un ritorno che suscita emozioni nell’universo aclista, perché luogo simbolo di ardite elaborazioni teoriche di una passata e controversa stagione storica. La spinta è l’esigenza ineludibile di ricostruire la trama di un pensiero sociale che raccolga le sfide inedite della globalizzazione, della pace e della cooperazione internazionale, del mercato equo e solidale, della sussidiarietà, della partecipazione democratica.

Assumendo il paradigma dei diritti umani e dell’etica sociale, le Acli favoriscono una valutazione critica della globalizzazione ed avanzano proposte per umanizzare l’economia. Evitando la sterile tentazione “no global”, le Acli leggono da subito la globalizzazione come nome nuovo della questione sociale, secondo la stessa indicazione di Giovanni Paolo II.

A Bruxelles, piazza grande d’Europa

Il XXI Congresso nazionale delle Acli – chiamato anche, “il Congresso del Giubileo” –  ha una lunga gestazione: convocato dal Consiglio nazionale del 29-30 ottobre 1999, si svolge dal 30 marzo al 2 aprile del 2000, con una sessione inaugurale a Milano e tre giornate di lavori a Bruxelles col titolo “Osare il futuro nella nuova Europa. Lavoro e solidarietà: radici dell’economia civile”.

Nella lunga e partecipata fase precongressuale è indicato l’obiettivo di ricomporre e rilanciare l’identità originaria che individuava il “mestiere delle Acli” nel trinomio (fare formazione; promuovere azione sociale; organizzare servizi) e nella riaffermazione di una forte identità di fede cristiana vissuta. La densa relazione di Luigi Bobba ha un lungo titolo: “Osare il futuro nella nuova Europa. Lavoro e solidarietà: radici dell’economia civile”.

La scelta di Bruxelles non è solo e tanto un omaggio, pur doveroso, a una delle realtà più antiche e operose delle organizzazioni acliste tra i lavoratori italiani all’estero, presenti in 8 paesi europei e 8 extraeuropei, raccolte nella Federazione delle Acli internazionali (Fai). È motivata dall’esigenza di evidenziare, fuori e dentro le Acli, la dimensione europea e internazionale della loro elaborazione, delle loro pratiche sociali e della loro strategia complessiva.

Il simbolo di quel Congresso è forse la lampada dei minatori che Michele Ottati, presidente delle Acli del Belgio, regala a Bobba come ricordo della tragedia di Marcinelle.

Alla fine, Luigi Bobba è riconfermato presidente nazionale con l’82% dei voti. Si trova al vertice di una poderosa organizzazione: 7.100 strutture di base, 20 sedi regionali e 104 provinciali, 80 sedi estere con un numero complessivo di 800.000 iscritti, per oltre il 40% donne.

Un patto intergenerazionale per “scegliere il futuro”

Dopo Bruxelles, l’impegno prioritario delle Acli è quello di operare una conversione associativa e una maggiore integrazione identitaria tra associazione, imprese e servizi. Di qui l’innovazione della figura del Segretario generale.

Un momento importante di questo processo è la Conferenza organizzativa e programmatica (aprile 2002), che ha come titolo “Scegliere il futuro”. Si sceglie il tema del rapporto intergenerazionale perché giovani e adulti stanno vivendo in un contesto storico in cui emerge in modo rilevante una questione inedita: l’interruzione della trasmissione della memoria.

Manifesti e agende per il futuro del Paese

Forti di 60 anni di impegno sociale e civile, sempre fedeli alle radici cristiane, le Acli si confrontano con le sfide del futuro. Numerosi i documenti – Manifesti e Agende – che indirizzano come proposte alle forze sociali e politiche del nostro Paese. Ricordiamo: Il manifesto sulla flessibilità sostenibile (2002); Fare Welfare (2003); e successivamente l’Agenda del lavoro per l’Italia (2005) e Vista da Sud (2005), che è un suo adattamento per il nostro Mezzogiorno.

Allargare i confini sulle rotte della fraternità

La scelta del tema del XXII Congresso nazionale delle Acli (Torino, aprile 2004) – “Allargare i confini sulle rotte della fraternità nella società globale” – è conseguenza del mandato di Giovanni Paolo II alle Acli nell’udienza del 27 aprile 2002: «Oggi siete chiamati ad allargare i confini della vostra azione sociale».

Questo significa non solo orientare i campi tradizionali dell’azione sociale delle Acli – economia e lavoro, welfare e democrazia – verso la fraternità e nella consapevolezza di mantenersi libere da collateralismi e “autonomamente schierate”; ma anche di aprirsi e arrischiarsi su sfide inedite nel tempo della globalizzazione per poter essere anche in futuro una “associazione di frontiera”.

Una fraternità intesa come nuovo paradigma politico che sia capace di rispondere alle nuove questioni della “biopolitica”: come avviene poi nel caso del referendum del 2005 sulla legge 40 sulla procreazione assistita, dove le Acli hanno un ruolo vincente di “astensione attiva”.

Una speranza per il Mozambico

Al processo di globalizzazione si risponde non con la contrapposizione ma con la scelta di azioni positive per “globalizzare la solidarietà” (secondo il motivo new global “un altro mondo è possibile”). È questa la chiave per comprendere il progetto in Mozambico con cui le Acli realizzano la escola professional “Estrela do Mar” a Inhassoro, promuovendo anche in Africa opportunità di formazione e di lavoro. Il giorno dell’inaugurazione, alla presenza del presidente Bobba, il vescovo della diocesi di Inhambane, Alberto Setele, afferma: «Le Acli hanno fatto non una scuoletta di serie B, ma una scuola come la dovessero costruire per i loro figli».

Retinopera: cattolici come “lievito” in politica

Sulla presenza dei cattolici in politica le Acli si sono interrogate continuamente ricercando forme originali a partire non più direttamente dai partiti politici ma finalmente dal “civile” (cattolico).

Infatti, dopo la fine della Democrazia cristiana si è aperta una nuova stagione che la stessa Conferenza episcopale italiana interpreta con il “Progetto culturale” e con le sue dirette iniziative.

In tale contesto le Acli promuovono “Retinopera”, un agile organismo interassociativo che evoca anche linguisticamente ciò che in passato fu il ruolo esercitato dall’Opera dei congressi, dalle Settimane sociali e dal Codice di Camaldoli. I cristiani non si separano dal mondo ma vivono immersi nel mondo come il sale e il lievito nella pasta. Ecco perché i cattolici impegnati in campo sociale, sindacale e politico devono evitare le derive dell’irrilevanza, dell’insignificanza e della subalternità, cercando di costruire un “noi cattolico” e un’identità assertiva.

2005 - 2015 | Migrando dal Novecento: le Acli fedeli al futuro e ai poveri

Anche la presidenza di Luigi Bobba s’interrompe prima della conclusione del mandato, il 28 febbraio del 2006, con le dimissioni, presentate, in ossequio alla norma statutaria dell’incompatibilità, come da prassi consolidata, a seguito della sua candidatura al senato, nelle fila della Margherita, per le imminenti elezioni politiche d’aprile.

Un altro “giovane” presidente: Andrea Olivero

Ai primi di marzo il Consiglio nazionale delle Acli, con 101 voti su 108, elegge nuovo presidente Andrea Olivero. Piemontese come il suo predecessore, Olivero, a soli 36 anni, assume la guida del ricco e complesso universo aclista, che è riconfermato e rilanciato come “associazione inquieta, che rischia, che osa il futuro”. Laureato in lettere classiche e insegnante, il dodicesimo presidente delle Acli ha maturato al suo interno e al suo vertice (vicepresidente nazionale dal 2004) una particolare competenza nel campo della politica sociale, della formazione e della cooperazione internazionale.

Nel suo discorso di insediamento, riaffermando con forza e con orgoglio, come peculiare identità aclista, “l’esercizio consapevole dell’autonomia laicale” nella “piena appartenenza alla Chiesa”, rilancia la strategia e il programma aclista: “Le Acli seguiteranno ad operare per la difesa dei diritti dei lavoratori, a partire dai precari e dagli immigrati, e per la tutela e la promozione della famiglia, della vita e della pace. Continueremo a dare il nostro contributo di idee, proposte e critiche per un diverso modello di welfare, ma anche, più in generale, per rigenerare e riformare dal basso, con passione e autonomia, una politica sempre più asfittica e meno credibile”.

Alle Acli è sempre “Family day”

L’esercizio consapevole dell’autonomia laicale e la piena appartenenza alla Chiesa trovano subito un palestra molto impegnativa, che è anche un terreno quotidiano e fisiologico dell’azione sociale delle Acli: la famiglia.

Nonostante per la prima volta un governo italiano presenti un ministero dedicato, il mondo ecclesiale, sospinto con forza dall’iniziativa della Conferenza episcopale, denuncia la perdurante scarsa attenzione alla realtà familiare. L’iniziativa governativa però non accompagna alla discussa proposta di riconoscimento delle coppie di fatto (Dico) alcun provvedimento di sostegno alla famiglia così come tutelata dalla Costituzione. Ci si avvia dunque all’organizzazione del cosiddetto “Family day” del 12 maggio 2007, anche in vista della successiva Conferenza nazionale della famiglia, voluta fortemente anche dalle Acli.

Le Acli partecipano convintamente alla manifestazione dopo una animata discussione nella Direzione nazionale, ma non senza aver messo in guardia gerarchia e associazioni dai rischi di strumentalizzazione da parte dell’opposizione e senza il chiaro invito agli aderenti ad andare in piazza con uno “stile propositivo”, ossia con una proposta di legge sulla famiglia. Strumentalizzazione e mancanza di proposta che puntualmente si verificano. Le istanze del variegato “popolo del Family day”, come poi denunciano le Acli, non trovano nessuna risposta nemmeno nel successivo governo Berlusconi, il mattatore di quella piazza. Questa risulta essere per Andrea Olivero la più grande delusione del suo mandato: “Il tema dell’autonomia per me è sempre stato decisivo. In quell’occasione l’ho vissuta come una personale sconfitta”.

Nonostante ciò, le Acli continuano il loro impegno concreto accanto alle famiglie, annunciato già nel Consiglio nazionale del gennaio 2007, che viene messo a sistema con il progetto dei “Punto famiglia”, lanciato ufficialmente con il Congresso di Roma del 2008 come “effettiva possibilità di integrare sinergicamente e innovare la rete dei servizi delle Acli in funzione dei bisogni della famiglia”

Migrare dal Novecento: le Acli del XXI secolo

Per il XXIII Congresso nazionale, che si tiene a Roma nei primi giorni di maggio 2008, le Acli scelgono un motto ambizioso e suggestivo: “Migrare dal Novecento. Abitare il presente. Servire il futuro”. Nel Consiglio nazionale tenutosi il 15 ottobre 2007 per preparare il Congresso, Andrea Olivero ne chiarisce e anticipa contenuti e scopi: “Fin dal titolo chiariamo la nostra volontà di uscire dagli steccati, di avventurarci in strade nuove. Usiamo il verbo ‘migrare’, perché come migranti sentiamo il desiderio di partire alla ricerca di una terra più ospitale, carichi di speranza ma ugualmente incerti sulla meta, sull’approdo finale e disponibili a cambiare, anche in profondità se necessario. Il nostro non vuol essere certo un esodo né una fuga. Al contrario è un sentirci uniti al destino comune di tutti gli uomini, italiani e stranieri, credenti e non credenti”.

Senza retorica indica, nella stessa occasione, il nuovo  scenario in cui le Acli sono chiamate ad operare: “Quattro anni fa scegliemmo ugualmente un cammino, ma nello spazio, per ‘allargare i confini’ della nostra azione sociale. Oggi lo compiamo nel tempo, uscendo dal Novecento per entrare, per davvero, con la testa e con il cuore, nel XXI secolo. Legando la nostra responsabilità all’impegno per il futuro, nel segno della speranza e del bene comune, per il nostro Paese e per tutti i popoli della Terra”.

La crisi economica internazionale: la disoccupazione e le “nuove povertà”

Nel corso del 2008 anche in Italia comincia a filtrare con sempre maggiore insistenza la preoccupazione per la crisi economico-finanziaria, innescata negli Usa dalla bolla dei cosiddetti “mutui sub-prime”.

Con un documento presentato nel corso delle Direzione nazionale del novembre di quell’anno, l’Associazione fotografa la situazione dovuta alla “radicale fragilità e vulnerabilità del capitalismo finanziario che ha cambiato non solo la natura del sistema economico, ma la vita stessa delle persone”. La recessione in cui entrano piano piano tutte le economie dei paesi sviluppati, inclusa l’Italia – nonostante un iniziale ottimismo di facciata delle istituzioni – è il frutto di un fantasma che aleggiava da tempo, la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia, ossia “una crescita avulsa dai processi di produzione” in cui “cento euro di reddito reale di diventare mille, senza alcun rapporto tra quel denaro e il lavoro umano”. Questo nuovo, insostenibile modello di sviluppo mette anche definitivamente in luce “la fragilità delle istituzioni democratiche, la potestà degli Stati nazione a cui oggi i cittadini si rivolgono come sempre nei momenti di crisi”. Di fronte a questo “orizzonte inquietante” anche per il Paese – suffragato dalle previsioni della Commissione europea – le proposte delle Acli sono tre: “la lotta alla povertà; la tutela e la promozione dei lavoratori e il sostegno alle piccole e medie imprese; la tutela e il protagonismo dei nuclei familiari”.

Oltre all’attenzione ai nuclei familiari, già incarnata nei Punto famiglia, il focus sulle condizioni dei lavoratori in un’economia stravolta dalla finanza e soprattutto sulla lotta alla povertà assoluta, diventano una bussola di azione sociale per le Acli degli anni a seguire.

Mentre cominciano ad arrivare i primi dati sugli effetti della crisi mondiali su produzione e occupazione, le Acli infatti nell’ottobre del 2009, lanciano una campagna nazionale con una petizione per la definizione di uno “statuto dei lavori”. L’obiettivo è integrare alla luce dei cambiamenti dei processi economici e del mercato del lavoro la legislazione vigente, in particolare puntando a una maggiore flessibilità nell’accesso al lavoro, riducendo le forme contrattuali.

Il 2009 è anche l’anno in cui il tema delle “nuove povertà” entra decisamente nell’agenda politica e sociale delle Acli, a seguito di un lavoro di analisi territoriale sul sistema di welfare italiano che mette in luce il buco nella rete di protezione, soprattutto per le persone in condizione di povertà assoluta. Di quell’anno è anche l’inizio di un’alleanza più stretta con la Caritas italiana, con l’occasione del lancio da parte della Conferenza episcopale, in collaborazione con l’Abi, del “Prestito della speranza” e l’impegno ecclesiale delle Acli sul territorio, in specie a Milano con il Fondo Famiglia Lavoro (istituito la notte di Natale del 2008), che si rivela poi modello per altre iniziative analoghe nelle altre diocesi italiane.

Ma è il 2010, anno europeo per la lotta alla povertà, che vede l’impegno dell’associazione sul tema alzarsi di livello, in occasione della Conferenza organizzativa e programmatica di Milano. Con un documento esclusivamente dedicato alla questione, in cui tra l’altro si invitava alla sperimentazione di “forme di reddito minimo di cittadinanza”, la presidenza nazionale delle Acli propose tra l’altro la revisione della Social card, lo strumento  messo in campo con grave ritardo dal governo per affrontare in qualche modo le conseguenze più estreme ed evidenti della crisi ormai in atto. Uno strumento inadeguato come dimostrano le analisi dei Caf delle Acli, i cui dati diventano a quel punto un riferimento per lo stesso governo.

I nuovi italiani senza cittadinanza: i migranti e la campagna “L’Italia sono anch’io”

Le Acli che “migrano dal Novecento”, da sempre vicine agli italiani che hanno preso la strada dell’emigrazione per tentare di garantire un futuro alla propria famiglia, vivono insieme al resto del Paese il fenomeno dell’immigrazione, che dopo i prodromi degli anni ’90 esplode negli anni 2000.

È l’era della cosiddetta legge “Bossi-Fini” che inaugura un regime di controllo del fenomeno tanto duro e discriminatorio quanto contraddittorio. Le reazioni di gran parte del mondo cattolico sono inizialmente un po’ timide, mentre le Acli da subito prendono una posizione dura, in particolare sulla procedura irrazionale prevista per il conseguimento del permesso di soggiorno e contro il reato di immigrazione clandestina. Non senza la presenza di differenze di sensibilità sul tema immigrazione anche all’interno del movimento. Le Acli parlano però da una posizione di vantaggio: essere concretamente vicine ai migranti, in particolare grazie ai servizi del Patronato e all’azione delle Acli Colf.

Dentro questa sensibilità non ideologica, matura nell’associazione anche la posizione di allentare i vincoli della legge sulla cittadinanza per favorire un reale processo di inclusione e di integrazione e uscire da una logica emergenziale nella gestione del fenomeno migratorio.

Già nel 2009 si esprimono a favore di una proposta bipartisan di riforma che prevede il diritto di voto alle elezioni comunali e circoscrizionali per gli extracomunitari residenti in Italia da almeno cinque anni. Poi, individuando nella situazioni dei minori quella più scandalosa, le Acli nel 2010 promuovono insieme a molte altre organizzazioni, cattoliche e non, la campagna “L’Italia sono anch’io”, che tra le altre cose si batte appunto per una decisa semplificazione delle procedure di cittadinanza per i minori nati in Italia da genitori stranieri, ma anche per quelli arrivati nel nostro Paese prima del compimento dei 10 anni.

L’esperimento politico di Todi

Dopo l’avvio da parte di Bobba dell’esperienza di Retinopera, alla ricerca di una composizione o ricomposizione di un “noi cattolico” in Italia, alla luce della Dottrina sociale della chiesa, un altro presidente delle Acli, Olivero, è tra i principali protagonisti di un’iniziativa simile ma diversa nei presupposti e nelle contingenze.

Quella del “Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro”. All’inizio le Acli se ne tengono fuori e sono viste come sabotatrici  di questo processo. Il Paese è sull’orlo del baratro economico-finanziario ed è bloccato dal governo Berlusconi, il quarto e il più debole, che si mostra timido se non fallimentare anche sui temi più identitari per il mondo cattolico dell’Italia del progetto culturale della Cei: famiglia, educazione e promozione della vita dall’inizio e alla fine. Temi stabilmente oggetto solo di promesse elettorali, di fronte all’evanescenza delle quali anche il Forum sembra troppo remissivo. Sollecitate da Cisl e Confcooperative le Acli tornano in gioco.

Nel febbraio del 2011, durante una tavola rotonda sul cattolicesimo democratico del Forum, al fine di superare «l’afasia» dei cattolici, Andrea Olivero invita apertamente a «sottrarre il cattolicesimo democratico dal cono d’ombra in cui è entrato nel tempo del berlusconismo». Il presidente delle Acli chiude la sua relazione dicendo che: «Ogni gruppo politico che oggi assume una posizione che prolunga la vita del Berlusconismo al governo del Paese, si rende complice di accanimento terapeutico». Nell’ottobre dello stesso anno il Forum si ritrova proprio a Todi e propone un manifesto “per la buona politica e per il bene comune” intorno al quale si compatta tutta l’opposizione del mondo cattolico italiano alla politica del governo in carica. A novembre il Forum dichiara che “occorre Governo di responsabilità nazionale”. Di lì a poco l’esecutivo di Berlusconi si dimetterà.

Le Acli intanto si avviano al XXIV Congresso, nel 2012. Nel documento preparatorio si manifesta la convinzione di trovarsi allo “avvio del post-berlusconismo. Abbandonata l’ipotesi di un nuovo partito cattolico, si punta alla costruzione di un ‘nuovo soggetto’ sociale e culturale chiamato a prendere posizione sui temi che riguardano il bene comune del nostro Paese”. Un soggetto politico che continua a vedere nel tavolo di Todi il laboratorio più plausibile. Nell’associazione però si manifestano posizioni critiche sull’impegno del presidente Olivero in quel tavolo e sull’aperto credito politico concesso al neonato governo Monti, che ha un’impronta liberale, lontana dalla tradizionale sensibilità delle Acli.

L’intenzione del presidente Olivero è in effetti quella di mettere in campo la capacità di mediazione politica e culturale delle Acli per costruire un progetto politico per il futuro del Paese dentro una nuova alleanza di centro-sinistra. Il tentativo si palesa nell’Incontro di studi di Orvieto, dove le Acli invitano Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini. Quando il progetto sembra maturo non se ne fa nulla. Ma ormai Olivero è politicamente esposto e corteggiato da più parti in vista delle elezioni imminenti.

Una nuova stagione di autonomia nata nel conflitto. Sale Bottalico

Andrea Olivero si dimette formalmente il 19 dicembre 2012 in vista di una sua candidatura alle elezioni. Lascia consegnando alla presidenza nazionale delle Acli queste parole: «L’amore per le Acli autonome, plurali e appassionate, come quelle che ho servito con dedizione in questi anni, mi spinge oggi a rassegnare le mie dimissioni da presidente nazionale, nella profonda convinzione di poterne sostenere i valori in nuovi ambiti di azione».

La sua uscita però non è indolore. Parte dell’associazione non ha vissuto bene il suo investimento nella scommessa di Todi e soprattutto nel cartello liberale “Verso la terza repubblica”. Ma soprattutto comincia a sentirsi anche per tutto il sistema Acli, come per tanti altri nel Paese, l’impatto della crisi economica, che è ormai anche ufficialmente una recessione.

Si arriva in un clima di incertezza fino al Consiglio nazionale del 26 gennaio 2013, chiamato appunto ad eleggere il nuovo presidente, ma anche il segretario generale e la nuova direzione nazionale. Erano decenni che non si arrivava a uno scontro e a una divisione netta dell’associazione. Alla fine si rivela necessaria la conta.

Viene eletto presidente nazionale, Gianni Bottalico, presidente delle Acli milanesi e con un profilo multiforme che unisce esperienza aziendale, impegno associativo ed esperienza politica. Nel suo primo discorso da primo responsabile dell’associazione dice: «Staremo anche nella bufera politica di questi giorni rivendicando la nostra autonomia e il nostro pluralismo». Nelle sue prime parole emergono subito due temi-guida della sua leadership, quello della riconquista della dimensione popolare e comunitaria delle Acli e quello della responsabilità: «Governare nella bufera è la vera sfida di oggi, che ci chiama ad un serio impegno per il futuro. Questo significa fare delle scelte di responsabilità più che di protagonismo. Responsabilità significa saper rispondere a chi ci ha preceduto, alla memoria e alle fatiche compiute dai nostri padri, ma anche a chi verrà, ai nostri giovani e ai nostri figli». Bottalico, ricordando successivamente quei giorni delicati dell’elezione dirà: «Ho vissuto quel periodo in modo sofferente. C’erano due idee di associazione che si confrontavano. Abbiamo cercato di ricostruire l’unità».

Il lavoro al centro, la riforma della finanza e l’attenzione ai poveri

La gestione della delicata situazione economico-finanziaria interna è molto impegnativa per la nuova dirigenza dell’associazione, che nel frattempo ha ricompattato le fila dell’associazione, integrando nella presidenza alcuni aclisti della parte uscita sconfitta dal Consiglio nazionale.

La crisi interna va in parallelo con i pesanti strascichi di una crisi economica del Paese ormai in recessione. In questo contesto, la linea politica delle Acli spinge subito l’acceleratore sul tema della creazione di lavoro. La pressante richiesta alle istituzioni è quella di varare un piano industriale straordinario che veda dalla stessa parte i soggetti dell’economia reale (lavoratori, imprese, famiglie e settore pubblico) nei confronti dello strapotere della finanza speculativa “che va regolata a partire dal livello nazionale, in attesa che anche gli organismi internazionali si decidano ad adottare misure concrete”.

La convinzione è poi che anche in tempi di austerità – parola-guida da archiviare, secondo la dirigenza aclista – il welfare non può essere considerato una spesa ma un investimento per la ripresa e per ripristinare un’uguaglianza delle possibilità così gravemente messa ai margini dalla continua concentrazione delle ricchezze anche in Italia. Le Acli pertanto, durante l’estate del 2013, rilanciano l’impegno nato nel 2009, proponendo insieme alla Caritas italiana un Patto aperto per una nuova “Alleanza contro la povertà assoluta”. La proposta concreta, frutto anche degli studi di un gruppo di ricerca dell’Università cattolica di Milano, attorno alla quale man mano si compatteranno tante sigle ed organizzazioni, è quella dell’introduzione del Reddito d’inclusione sociale (Reis).

Per le Acli questo impegno matura dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a un problema non solo politico, sociale ed economico ma etico. Si mostra anche come una grande opportunità per rinforzare una presenza sul territorio, facendosi vicine alla gente concretamente anche in questo campo, come nella tradizione dell’azione sociale delle Acli.

I 70 anni delle Acli: con Papa Francesco e col Presidente Mattarella

Nel frattempo, dopo le inattese e profetiche ‘dimissioni’ di Benedetto XVI, sale al soglio pontificio il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, che si impone un nome che è già una promessa: Francesco. Le Acli, con le parole del presidente Bottalico, accolgono con gioia e particolare speranza la sua elezione e sottolineano in quell’occasione «che l’ex arcivescovo di Buenos Aires ha manifestato una particolare sensibilità per la giustizia sociale e per il riscatto dei ceti più poveri».

L’impegno delle Acli contro la povertà viene confermato con forza proprio dal Pontefice, durante l’Udienza in occasione della celebrazione dei loro 70 anni di esistenza, il 23 maggio 2015.

Le parole del Papa sono particolarmente significative e incoraggianti in quella occasione. Il presidente Bottalico lo saluta a nome degli oltre 7.000 aclisti presenti nell’Aula Paolo VI ricordando il senso ancora vivo del nome dell’associazioni: «Cristiani e lavoratori: sono i tratti distintivi delle Acli. Intendiamo continuare ad essere una presenza evangelizzatrice nel mondo del lavoro e nella società, pronti ad affrontare le nuove sfide che i cambiamenti impongono”. E Papa Bergoglio, dopo aver ricordato l’inaccettabilità della cultura dello scarto che toglie dignità e futuro soprattutto ai giovani, declina così la sfida che vede di fronte all’azione sociale delle Acli: «L’ispirazione cristiana e la dimensione popolare determinano il modo di intendere e di riattualizzare la storica triplice fedeltà delle Acli ai lavoratori, alla democrazia, alla Chiesa. Al punto che nel contesto attuale, in qualche modo si potrebbe dire che le vostre tre storiche fedeltà – ai lavoratori, alla democrazia e alla Chiesa – si riassumono in una nuova e sempre attuale: la fedeltà ai poveri».

A completare le celebrazioni del 70esimo delle Acli arriva anche l’incontro con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il 2 dicembre 2015 riceve al Quirinale una delegazione delle Acli, guidata dal presidente nazionale. Nel suo saluto il Capo dello Stato ricorda che «in linea con l’assetto della nostra Costituzione, con il ruolo delle formazioni sociali intermedie, le Acli hanno contribuito alla crescita sociale e democratica del nostro Paese». Facendo riferimento anche all’imminenza del XXV Congresso, Mattarella rivolge anche alle Acli «un sentito, autentico ringraziamento per quel che avete fatto e per quel che fate».

1945-1954: Quando sono nate le Acli?

1950: gli aclisti vicentini in pellegrinaggio col vescovo sullo Spitz Tonezza per l'Anno Santo

1952: le celebrazioni per il 61esimo anniversario della "Rerum novarum"

1955: il decennale delle Acli

1958: L'inno dei lavoratori cristiani (Inno delle Acli)

1959: messa in San Pietro per l'Udienza delle Acli con Giovanni XXIII

1961: l'intervento di Livio Labor allo VIII Congresso nazionale delle Acli

1962: Il Concilio Vaticano II (intervista a monsignor Capovilla - 2012)

1963: Intervista a Livio Labor in occasione del IX Congresso nazionale Acli

1964: VII Congresso nazionale delle lavoratrici delle Acli

1964: "Uomini per liberi per tempi nuovi". Documentario per i 20 anni delle Acli (I parte)

1964: "Uomini liberi per tempi nuovi". Documentario per i 20 anni delle Acli (II parte)

1964: "Uomini liberi per tempi nuovi". Documentario per i 20 anni delle Acli (III parte)

1965: il discorso di Livio Labor per il ventennale delle Acli

1966: l'intervento di Aldo Moro al Congresso nazionale Acli

1968: il messaggio di fine anno del presidente delle Acli Livio Labor

1969: il Congresso nazionale delle Acli a Torino

2015: Intervento di Papa Francesco nell'Udienza per i 70 anni delle Acli

2015: il Presidente della Repubblica Mattarella incontra la Presidenza nazionale per i 70 anni delle Acli

09
Giu
1945-2015